Educazione ebraica, il laboratorio di Milano | Kolòt-Voci

Educazione ebraica, il laboratorio di Milano

Guido Vitale

Gli uomini, secondo un’antica interpretazione ebraica, sono superiori agli angeli. Gli esseri celesti, infatti, non devono affrontare la responsabilità e la difficoltà di educare i propri figli. Lo ha ricordato, nel corso della serata culminante di una importante due giorni di studi (il primo Seminario regionale per rabbini europei, organizzato dal Rabbinato centrale di Milano, dalla Conference of European Rabbis e dall’organizzazione Arachim), il rabbino capo di Milano Alfonso Arbib.

A un anno dalla sua nomina come massima autorità ebraica della città, il rav Arbib ha sentito il bisogno di marcare questi giorni che preludono al Capodanno con un avvenimento di rilievo. Molti rabbini italiani hanno partecipato a una due giorni intensa di lezioni e di approfondimenti che dovrebbe servire a gettare le basi di un lavoro futuro e di un maggior coordinamento fra una leadership spirituale che sta attraversando una profonda fase di mutazione.

Ma soprattutto le giornate milanesi sono state utili per i loro risvolti pubblici. Una serata, in particolare, è stata dedicata al tema che lo stesso rav Arbib aveva annunciato, all’inizio del suo mandato, di voler mettere al centro della grande opera di rinnovamento: l’educazione ebraica.

“Si tratta – ha confermato il rav – di un lavoro che costituisce la componente essenziale delle nostre ragioni di essere. Eppure la nostra generazione offre sempre di meno l’impressione di saperlo fare bene. I nostri genitori, al contrario, a torto o a ragione, davano l’immagine di una maggiore sicurezza”.

L’incertezza e la fragilità delle famiglie ebraiche di fronte a una società che sta subendo profonde mutazioni e pone sfide sempre più complicate, costituisce certo un punto debole. Ma la nostra possibilità di trovare risposte credibili a questa sfida sta tutta nella capacità di sollevare il problema, di guardarlo in faccia senza nascondere la testa nella sabbia. E di cominciare a chiamare le cose con il proprio nome. Dire che esistono famiglie ebraiche difficili, che vi sono rapporti fra genitori e figli da recuperare, giovani che nei loro comportamenti dimostrano disagio e sofferenza, madri che subiscono atteggiamenti prevaricatori o anche aggressivi di altri familiari, padri che affrontano problemi sul mondo del lavoro. Chiamare le cose con il proprio nome senza negarle, costituirà forse la violazione di un tabù fatto di pessimo giornalismo formale e stucchevole tanto da aver allontanato persino gli ultimi dei suoi lettori, ma è anche la premessa per affrontare i problemi.

Quella che poteva sembrare esclusivamente la conferenza sull’Educazione ebraica in famiglia di un autorevole invitato, il rav dayan Yonoson Avraham, giudice del tribunale rabbinico londinese, si è di conseguenza tramutata nell’apertura di un laboratorio che se sviluppato compiutamente potrebbe portarci molto lontano. Anche a Milano, come è noto, le occasioni di studio e di educazione ebraica in generale si moltiplicano. Alla scuola comunitaria, che resta il cuore della vita ebraica milanese, se ne sono aggiunte due altre su iniziativa autonoma, modellate per rispondere alle esigenze e alle sensibilità più specifiche. Ma l’educazione formale a poco può servire se non ha da confrontarsi con un serio impegno delle famiglie. La vita ebraica non comincia e non finisce sui banchi, trova il proprio punto di riferimento principale nelle case della gente.

Proprio per comprendere che non basta affermare quanto sia importante diffondere e impartire educazione ebraica. Proprio per capire che la nostra risposta ebraica al problema dell’educazione deve avere un contenuto specifico, originale, fedele all’ispirazione primaria della vita ebraica, rispettoso delle articolazioni e delle differenze con cui ciascuno di noi costruisce la propria identità. Proprio per non abdicare al nostro dovere di compiere un continuo processo educativo, dobbiamo comprendere che il problema dell’educazione non è una questione da delegare ai tecnici del settore, ai ministri di culto, ai docenti. Ma piuttosto il problema di tutti noi, cui tutti noi dobbiamo partecipare, su cui tutti noi dobbiamo ragionare e portare un contributo.

Proprio per questo il rav Arbib ha ricordato la lezione di uno dei maestri dell’ebraismo contemporaneo, il rabbino statunitense Ytzchok Hutner. La tradizione ebraica insegna come al momento di aderire al Patto con l’Eterno, il popolo ebraico nella sua interezza fosse presente. Non è semplice comprendere, in effetti, come e in che forma, potessero essere presenti anche le generazioni future. Noi, i nostri figli e quelli che saranno i loro discendenti, c’eravamo. Anche se non ne siamo sempre ben consapevoli. Il rav Hutner ha spiegato che proprio questo è il problema dell’educazione ebraica: lasciar emergere in tutti, ma in particolare nei giovani, quella consapevolezza di far parte in un modo o nell’altro di un popolo, della sua storia, dei suoi ideali e dei suoi destini.

Un problema che nessuno di noi si può permettere di lasciare da un canto. Un lavoro da cui nessuno, soprattutto quelli che sono gelosi della loro particolare maniera di vedere i fatti della vita, possono chiamarsi fuori. Una scelta obbligata, cui nessuno può sottrarsi, se ancora vogliamo continuare a costruire un futuro ebraico in questo mondo.

Milano 13/09/06

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