E Dio si ritira con discrezione | Kolòt-Voci

E Dio si ritira con discrezione

Claude Riveline

Un aspetto notevole della Meghillat Esther è l’assenza totale della menzione di D.io nel testo, che comunque è incluso nel canone biblico. Tutto ivi è affare di politica, d’intrigo, di violenze tra i protagonisti, ed il saluto finale non è attribuito che a Mardocheo, Esther ed ai loro alleati.

E’ interessante confrontare questo testo col racconto dell’Esodo, od anche con la festa di Pesach e con la festa di Purim. A Pesach D.io è dappertutto e l’uomo è appena presente. Gli ebrei, schiavi terrorizzati dal Faraone d’Egitto, trovano, dopo le dieci piaghe, abbastanza coraggio per sacrificare un agnello per famiglia e per fuggire di nascosto nel mezzo della notte. La sequenza cronologica delle feste[1] mette in evidenza il ruolo crescente degli uomini ed il ruolo decrescente dell’Eterno negli avvenimenti commemorati.

A Shavuot, gli ebrei hanno raccolto energia sufficiente per accettare pubblicamente il contratto che viene loro proposto nel Sinai: «Naassè ve-nishmah», «Noi faremo e noi ascolteremo» dicono essi in coro.

A Succot, essi celebrano nella gioia la fine dei raccolti e vanno a risiedere nelle capanne dove accolgono l’umanità intera sotto la volta dei cieli.

A Hanucca, accendono le luci per commemorare una vittoria militare sui siriani ellenizzanti, l’intervento di D.io si limita a fornire una quantità d’olio per otto giorni.

A Purim infine, D.io si eclissa, nonostante i commentatori si ingegnino a riconoscere la Sua azione discretamente segnalata nelle singolarità del testo.

E, al contrario, via via che D.io si nasconde al passare delle feste, gli uomini sono sempre più presenti ed attivi.

A Pesach, nessuno è nominato all’infuori del Faraone, Mosè ed Aronne. Gli altri egiziani non hanno nome, solamente delle funzioni, e gli ebrei sono una massa anonima. All’altro capo del ciclo, nel libro di Esther, la minima comparsa è designata con il suo nome. Tutto accade come se l’Eterno provvedesse all’educazione dell’umanità, come si alleva un bambino, finché non diviene adulto ed autonomo.

Queste note aiutano a comprendere perché gli ebrei abbiano provato in tutti i tempi una viva simpatia per la scienza e per i sapienti, anche se questi ultimi professano un umanesimo laico, od agnostico od ateo. Io debbo al mio sapiente amico il professor Georges Hansel l’interpretazione di questo passaggio del talmud (Ketuvot 110b): «Un ebreo che abita fuori della terra d’Israele assomiglia ad un ateo». Si, il miglior amico dell’ebreo è il razionalista, poiché è assicurato che non sia un idolatra. Così gli ebrei hanno collezionato numerosi premi Nobel, come indicava Actu J del 15 dicembre 2005.

Si, gli atei hanno ragione nel loro ideale, che è quello di una società fraterna e felice sotto la sola spinta della saggezza umana, ma sono troppo impazienti. Guardate l’esperienza sovietica, alla quale così tanti ebrei hanno aderito con entusiasmo. Non ne resta che sangue e lacrime. Tutto ciò impone la convinzione che per avere successo nella Storia, gli uomini armati della loro ragione e della loro buona volontà non siano sufficienti. Occorrono loro anche delle feste e dei riti, dei sogni, che nutrano la loro immaginazione e le loro vite collettive, delle leggi e dei costumi che regolino le loro usanze, ed occorre loro nientemeno che dei millenni di esperienza affinché possano gestire tutto ciò da soli. Gli ebrei hanno ricevuto la loro Torah, e sono convinti che ciascuna delle settanta nazioni abbia ricevuto la propria, altrettanto efficiente della loro, a patto che rispetti i sette comandamenti universali di Noé.

Il trattato di Sanhédrin ci assicura che i tempi messianici assomiglieranno del tutto ai tempi attuali, con la sola differenza che sarà cessato lo scontro tra nazioni. Invece che rimproverarsi le loro differenze, gli uomini si riuniranno e si istruiranno gli uni con gli altri. Il commentatore Rachi si domanda perché i costruttori della Torre di Babele che volevano detronizzare l’Onnipotente, siano stati puniti così leggermente, mentre la generazione del Diluvio è invece stata massacrata. Risponde che a Babele gli uomini si comprendevano bene, mentre prima del diluvio si combattevano.

E così ci offre una visione della fine della Storia. Gli uomini allora si ameranno così bene gli uni con gli altri che D.io avrà piacere a risiedere in mezzo a loro, discretamente, come nel Libro di Esther.

Professore a “l’École des mines” di Parigi.[2]

Apparso su Actualité Juive – N° 917 del 05/01/2006.

Traduzione dal francese di Roberto Maggioncalda.

[1] Eccettuati Rosh Hashana e Kippur.

[2] Autore, recentemente, di «La Laïcité dépassée. Commentare sur Kohelet», ACIP – Département Torah et Société, 42 pagine 5 €.