La maestra di Ferrara | Kolòt-Voci

La maestra di Ferrara

Il dopoguerra trovò tutti gl’italiani annichiliti, ammutoliti, nessuno voleva ricordare, riparlare di quegli anni bui, quando delle ideologie folli attraversarono tutta l’Europa come vento di tempesta e coinvolsero il mondo in una lunga atroce guerra. Le domande di chi, troppo giovane per capire, voleva sapere, rimanevano inascoltate, prive di risposte, così come il bravo Eduardo seppe dire nella sua “Napoli milionaria”.

Gli animi chiusi a riccio nel triste bagaglio di paura, dolore, talvolta rimorso, non ebbero necessità di stabilire un accordo, tutti tacquero: in famiglia, nei quartieri, nelle chiese, nelle scuole. Quante domande rivolsi ai miei genitori che non ebbero risposte, ricordo ancora l’abitudine al bisbiglìo per lungo tempo ancora: difficile esprimere le proprie idee, quando per lungo tempo si è vissuti in un regime che non permetteva il libero pensiero: il fascismo aveva lavorato proprio bene! Di quel tempo ho solo un ricordo che mi fa sorridere: quello di gruppi di scugnizzetti napoletani che un po’ sporchi ,un po’ ignudi cantavano per i vicoli “chi ha avuto, ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato…”accompagnandosi a colpi di vecchi coperchi di pentole…Gli animi plagiati avevano ora un unico pensiero in comune: rinascere dalle macerie.

Alberta

Proprio in quegli anni, giunse a Napoli, Alberta. Anche lei, cercava in silenzio, nel suo intimo, di rielaborare tutto il dolore che avrebbe potuto minare la sua intera vita, per trasformarlo nella consapevolezza che una tale esperienza poteva diventare una forza, dolorosa sì, ma pur sempre una forza su cui progettare un futuro sereno. Ogni notte giungeva per lei penosa con i suoi sogni che…al risveglio non avrebbe saputo ,potuto raccontare: immagini buie, cariche di rapide ed incomunicabili percezioni paurose, che la sprofondavano in acute e paralizzanti sensazioni di angoscia…il suo risveglio era carico di un’infelicità indicibile e rivedeva i volti di persone amate e perdute e risentiva il suono di un pianoforte e quel valzer di Chopin che in quell’ultima cena, Giorgio aveva suonato con maestria e dolcezza…

Ella, con determinazione e coraggio aveva “deciso” di essere felice, ma quei sogni che ricomparivano con costante frequenza, minacciavano la riuscita del suo progetto. Come dire al passato: vai via?

Nel 1946 , ebbe la gioia di attendere il suo primo figlio, ma un giorno non potè fare a meno di chiedere inquieta a Fabio suo marito: “Come nascerà questa nostra creatura? Di giorno mi sento una donna felice, la notte invece sono angosciata da sogni paurosi”. E Fabio trovò una risposta dolce, convincente ,che Alberta non dimenticò più : “Noi desideriamo che sia una creatura sana e serena”. Di lì a poco nacque una bambina, la chiamarono Serena ed è ora una donna forte e serena. Tanto forti furono le sofferenze tanto forte fu quel tacito progetto di Alberta e Fabio d’essere felici. Lo vollero con tutte le loro forze.

Ma non fu facile. Le era nato da poco il quarto figlio, aveva cambiato casa, ora le sembrava davvero d’essere felice. La piccola Serena aveva otto anni ed un giorno come tanti, erano sedute lei e la mamma in camera da pranzo. Un soffio di vento proveniente dal balcone aperto spinse Alberta ad alzarsi per rinchiuderlo, si soffermò all’esterno per qualche attimo osservando fuori, il tempo necessario perché Serena, per gioco, le chiudesse il balcone correndo allegramente verso il padre a sussurrargli qualcosa all’orecchio: per Alberta, ch’era rimasta fuori non fu un gioco: quel balcone chiuso che le impediva di rientrare, la scaraventò di colpo in quell’alba livida di quel giorno ch’ella credeva ormai lontano, in cui sentì l’urlo della zia: “I tedeschi!” Proiettata indietro nel tempo, era in preda alla medesima angoscia: lei era là, in quella casa a Roma e riviveva quegli attimi :chissà cosa avrebbe fatto se non l’avessero riaperto subito!

La sua piccola bimba tornò sorridente e saltellante, felice del suo scherzo riuscito, riaprì il balcone, ignara degli attimi angosciosi che avevano paralizzata sua madre nel fisico e nella mente. Da quel giorno gli incubi diradarono. Quello choc non giunse invano. Chissà che non sia stato un angelo di Dio a guidare il gioco della piccola Serena!

L A S T O R I A

Nel 1938, Alberta, a Ferrara si era diplomata maestra ed avrebbe seguito gli studi all’università per laurearsi in lingue, ma le leggi antisemitiche, quelle infami e vergognose leggi glielo impedirono: esse stabilirono che gli ebrei italiani, improvvisamente, per un nefasto ed incomprensibile motivo, cessavano d’essere italiani, per diventare da un giorno all’altro semplicemente ebrei e …perciò stesso, meritevoli d’essere emarginati, scacciati, perseguitati…Ancora oggi, a distanza di tanti anni i suoi ricordi le scavano dentro e lasciano riaffiorare quei sentimenti di impotenza e ribellione e sdegno che la portano a ripensare con amore a tutti i suoi avi italiani che riposano da sempre nell’antico cimitero ebraico seicentesco di Ferrara.

Quelle leggi tolsero a tutti gli ebrei adulti, il diritto di esercitare professioni, attività commerciali e qualunque altro genere di lavoro; dalle scuole vennero espulsi bambini, ragazzi, giovani. Per le strade di Ferrara, sua cara città, per le strade del suo quartiere ove ella era cresciuta e si sentiva protetta da sguardi amici, i negozi cominciarono ad esporre cartelli incredibili ed assurdamente offensivi: “Vietato l’ingresso agli zingari, ai cani, agli ebrei”. Sì, proprio come nel film, premiato con l’oscar “La vita è bella” di Roberto Benigni che, seppure a tratti inverosimile ( il bambino ebreo nel film ad un certo punto della storia si trova confuso fra bambini tedeschi e questo non sarebbe mai potuto accadere nella realtà, in un campo di annientamento nazista!) coglie perfettamente i sentimenti che agitavano i cuori angosciati di tutti gli ebrei che vissero le tristezze di quel tempo: il desiderio e la determinazione di lasciar crescere i loro piccoli, nel sorriso, nella gioia, avvolti nella dolce spensieratezza di un’infanzia eguale a quella di tutti gli “altri” bambini! Nessuno avrebbe tollerato che fossero cresciuti con gli occhi della paura! Ed anche Alberta si impegnò in questa direzione e cominciò ad insegnare ai bambini: non si poteva permettere che una generazione crescesse analfabeta. Nella religione ebraica, quando si prega, contemporaneamente si leggono i testi sacri, per cui, da Mosè in poi, tra gli ebrei non ci furono analfabeti. E durante quel tempo l’amico Giorgio Bassani, diventato poi celebre scrittore, allora laureando , insegnava nell’aula accanto alla sua. Attuarono insieme una scuola gioiosa affinchè i piccoli alunni fossero sereni, lontani con la mente e col cuore da quegli eventi dolorosi che segnarono per sempre la vita di chi era pienamente consapevole dell’assurda realtà.

Dire assurda è dire poco, oggi che si conosce la vergogna di ciò che è stato. In quegli anni però ancora si sperava che tutto passasse …come “un vento gelido”: era questa la frase che pronunciava il papà di Alberta con l’intento di rassicurare la famiglia. Egli, da italiano, aveva partecipato alla guerra del 15/18 ed aveva una venerazione per il Piave, diceva che questo fiume li aveva aiutati a respingere il nemico. Ma il vento non passò e ben presto si tramutò in tempesta! La tempesta fu la guerra e il peggio per gli ebrei e per Alberta ed i suoi cari giunse dopo l’8 settembre del 1943. I nazisti calarono come orde barbariche dalle Alpi, varcarono il Po, ed occuparono in breve i punti-chiave di tutt’Italia: stazioni ferroviarie, Municipi, Caserme. C’è un vecchio bel film, con il nostro impareggiabile Alberto Sordi “Tutti a casa” che, ripropone il tragico disorientamento dei soldati italiani in quei giorni: la guerra è veramente finita? Si può ritornare a casa? Siamo ancora alleati dei tedeschi? Chi è il nemico? Ognuno dovette darsi da solo una risposta, perché lo Stato italiano parve dissolversi nel nulla. E il re? Sarebbe meglio non ricordare quella pagina oscura: il re, nel momento del dolore, pensò soltanto di mettere in salvo se stesso e la sua famiglia, lasciando il Paese allo sbaraglio.

Ormai, in quel caos, il pericolo di rastrellamenti si faceva sempre più reale , ed Alberta lo avvertiva. A Roma, in via Flaminia 21, abitavano i suoi zii, due volte zii, perché lo zio ing. Mario Levi era fratello del padre, la zia, Alba Ravenna in Levi, era sorella della mamma: due fratelli che avevano sposato due sorelle. Il loro figlio Giorgio, di 16 anni, figlio unico, per Alberta era come un fratello più giovane. In tempi tranquilli, spesso usavano trascorrere insieme alcuni periodi festivi. Erano molto uniti, così come lo erano con tutti gli altri zii e cugini. Coll’inasprirsi delle persecuzioni, questi zii più volte avevano sollecitato il papà di Alberta a trasferirsi con la famiglia a Roma; essi solevano ripetere: “Qui si vive protetti perchè Roma è città aperta…” aperta? Sì, ma non per gli ebrei!

Apparentemente la vita continuava a scorrere come sempre e il papà di Alberta era ancora dell’avviso che non serviva trasferirsi a Roma “Andremmo allo sbaraglio -diceva- qui abbiamo la nostra casa, i nostri amici, qui siamo conosciuti…” Certo, avevano amici che si confermarono veramente tali, ma Alberta temeva coloro che, ormai pervasi dalla propaganda razzista e fascista, avrebbero potuto con una semplice delazione, farli catturare.

A Ferrara, come in tutte le altre città d’Italia, c’era il coprifuoco dalle sette di sera alle sette del mattino, tutta l’Europa per anni visse al buio, le finestre erano schermate da pannelli blu che non permettevano il filtrare della luce per non diventare facile bersaglio durante le incursioni delle flotte aeree nemiche, era proprio un brutto vivere! La notte del nove ottobre del 1943 alle ore quattro, una inattesa scampanellata svegliò di soprassalto la famiglia Levi… “Chi è?” una voce perentoria gridò: “Questura!” Erano tutti spaventati…! Entrò in casa un poliziotto italiano accompagnato da un soldato tedesco. Il poliziotto aveva in mano un foglio con un elenco di nomi ed indirizzi di uomini ebrei, ma in casa Levi, cercavano il nonno materno Tullio Ravenna a cui era intestato il telefono. I signori Levi spiegarono che la persona che essi cercavano era defunta, per fortuna, da 22 anni. Sì, era una fortuna poter dire, in quei tempi, che la persona ricercata era nella pace del Signore! Girarono per tutta la casa per accertarsene e Alberta mai più dimenticò il rumore di quel passo chiodato che stava profanando la sua casa. Ma in seguito, fu proprio il ricordo di quel passo a salvarla! Si seppe poi che quella notte furono prelevati solo giovani ebrei che vennero consegnati dalla questura italiana nelle mani delle S.S. due mesi dopo.

Il giorno che seguì fu “il giorno del digiuno”, che nella religione ebraica, capita una volta all’anno, durante il quale per 25 ore si riflette sui peccati commessi ma, i Levi non si recarono al Tempio come era consuetudine, una grande inquietudine si era ormai impadronita dei loro cuori ed anche il signor Levi non si allontanò da casa. Alberta trovò in tal modo il coraggio di parlargli (a quei tempi non c’era un facile e confidenziale dialogo tra padre e figli, specie su determinati argomenti) e riferirgli quanto le era stato raccontato da un sacerdote proveniente da Vienna che da alcuni mesi cercava di contattare in Italia tutti i giovani ebrei che riusciva ad individuare per metterli in guardia ed esortarli a prendere rapide vie di fuga prima che i nazisti occupassero l’Italia. Aveva raccontato che a Vienna erano state catturate 40 ragazze ebree, trattate bene per una settimana e poi consegnate ad un manipolo di S.S. che si era fatto onore in un’azione bellica. Il mattino seguente vennero trucidate.

Al termine della narrazione, Alberta si ritrovò rossa per la vergogna, non era stato facile per lei parlare a suo padre che le incuteva tanta soggezione e rispetto! Ed il padre aveva ascoltato in silenzio, solo il pallore del suo viso tradiva il turbamento…poi, senza proferir parola uscì di casa: quando tornò aveva con sé i biglietti del treno per Roma.

La mattina seguente fuggirono: abbandonarono la loro casa che aveva custodito fino ad allora i loro momenti più cari : i sacrifici , le gioie, le preoccupazioni, i giochi, le speranze di una vita serena…fuggirono senza valige, senza bagagli, perché chiunque li avesse visti non avrebbe avuto modo di intuire quanto stava avvenendo. Indossarono più d’un abito, ciascuno portò un cappotto sul braccio entro cui venne nascosto un altro capo di vestiario appuntato con spille. Il viaggio in un treno tanto affollato li vide silenziosi, ognuno raccolto nei suoi tristi pensieri…

Quando giunsero a Roma, la sera di quel lontano 12 ottobre 1943, gli zii li accolsero con tanta gioia. Alberta, nell’ottimismo della sua splendida gioventù si sentì subito libera: girava per le strade, non conosceva nessuno e nessuno conosceva lei, si sentiva ora protetta da questa insolita condizione di anonimato…ma questa illusione di libertà durò veramente poco!

Per non arrecare troppo disagio nella casa degli zii, una casa di cinque stanze per tre persone, avevano messo nella camera da letto del cugino Giorgio, un letto matrimoniale dove dormivano in tre: Alberta, la mamma, la sorella Piera. Giorgio dormiva in una branda in una stanzetta di servizio. Per il signor Levi si decise che andasse a dormire in una pensione tenuta da un’anziana signora ebrea, perché improvvisare un letto in salotto o in camera da pranzo, avrebbe potuto insospettire un eventuale ospite occasionale.

Tutti gli animi erano tesi verso un’unica speranza di salvezza : l’arrivo degli alleati che sembrava ormai imminente, ma purtroppo non si sapeva, che sarebbero trascorsi ancora otto lunghissimi mesi che per molti ebrei furono fatali!

I portieri di tutti i palazzi avevano l’obbligo, per legge, di conoscere esattamente il numero degli inquilini ed i loro nomi e cognomi. La portiera di quel palazzo in via Flaminia, facendosi forte della sua “arianità” imponeva al cugino Giorgio di caricarsi sulle spalle la sua bicicletta, impedendogli di servirsi dell’ascensore. E’ incredibile quanto, in molte persone, un regime dittatoriale possa lasciare emergere gli aspetti più meschini dell’animo umano!

Il ricordo di quella ultima sera del 15 ottobre ’43, restò indelebile per Alberta ed i suoi familiari, nessuno poteva sapere che sarebbe stata l’ultima cena che li avrebbe visti riuniti e sereni. La zia Alba era stata da un’amica di nome Teresa e sembrava contenta e meno pessimista del solito. Molto attenta alle necessità di tutti, al termine del modesto pasto di guerra, fece il calcolo delle calorie introdotte e stabilì che occorreva che ciascun commensale mangiasse ancora una noce. Anche Alberta, Piera ed il signor Levi erano contenti perché in tre giorni avevano già concrete prospettive di lavoro. Infatti a tavola il tempo passò serenamente parlando appunto di queste possibilità di lavoro: il signor Levi disse d’avere rintracciato un suo vecchio compagno d’armi della guerra del 15/18 che nell’udire le sue drammatiche difficoltà subito gli aveva offerto di collaborare all’amministrazione della sua azienda, finchè fosse rimasto a Roma, inoltre aveva offerto a Piera, che aveva già conseguito privatamente il diploma di maestra, di fare da baby-sitter alla sua figliola. Anche Alberta era soddisfatta perché si era procurata alcune lezioni private ed inoltre le era stata offerta l’assistenza ad una signora inferma che però richiedeva anche la sua permanenza di notte. Quest’ultima soluzione le era parsa interessante perché avrebbe potuto dare la possibilità al padre di dormire a casa degli zii. La zia Alba, tuttavia, ebbe parole perentorie sebbene affettuose: “Alberta, finchè c’è questa casa tu non andrai a fare la cameriera a nessuno! Prendi in considerazione solo le lezioni private!”

Tutti dunque, coltivavano la speranza che quei momenti tristi sarebbero diventati ben presto un lontano ricordo, nessuno sapeva che era invece una pericolosa illusione e che nessuna giustizia vagava per il mondo, un mondo ormai travolto da nefandezze estreme che nessuno mai avrebbe potuto immaginare, nemmeno con la più sfrenata fantasia! Quella ultima cena venne allietata da un dolce valzer di Chopin eseguita al piano con mani agili, dal caro Giorgio…e così lo ricorderà sempre, la cugina Alberta.

La mattina seguente, verso le sei furono tutti svegliati da una prolungata scampanellata alla porta. Alberta balzando a sedere guardò l’orologio e si affrettò a dire, con il cuore in gola: “C’è ancora il coprifuoco: sono i tedeschi! No! Non voglio ancora sentire quell’orribile passo per la casa!” Il ricordo di quel passo che aveva profanato la sua casa di Ferrara la spinse a saltare fuori dal letto, ad aprire il balcone e così, in camicia da notte, ad uscir fuori nel momento stesso in cui la zia gridò: “I tedeschi!” Repentinamente la madre chiuse il balcone alle sue spalle, nell’ansia di voler salvare almeno lei!

Quante volte Alberta si è chiesta come ha potuto restare nascosta dietro a quel vetro mentre portavano via tutti i suoi cari: la mamma, la sorella, gli zii, il cugino…Ella rimase immobile come una statua di sale dietro a quel balcone…quasi senza respiro e senza pensieri e senza vita…come potè bloccare ogni sua umana reazione, come spiegare a se stessa quel suo comportamento tanto in antitesi alla sua natura fiera ed impulsiva? Alberta si pone ancora queste domande ed una sola è la risposta che riesce a darsi: la paura, quella paura che attanaglia e indebolisce anche gli animi più forti!

Nei minuti che seguirono, i più lunghi della sua vita ,udì quelle voci dure simili a latrati, che nulla avevano d’umano e che ancora oggi echeggiano nella sua mente e che la inducono al rifiuto d’ogni pur minuscola parola tedesca! Così nascosta ed immobile ella sentì i passi dei suoi cari allontanarsi , udì la mamma mormorare nel pianto: “Il mio Carlo, non lo rivedrò più…”

Rimase fuori a quel balcone stretto e lungo, impietrita, fissando la grande terrazza del piano sottostante. Quella terrazza è nominata nel libro di Rosetta Loy “La parola ebreo”. Un libro che Rosetta Loy ha scritto dopo aver conosciuta la storia di Alberta. Lei abitava proprio in quella casa con quella terrazza, fino all’anno precedente l’arresto dei Levi, era una bambina, ma ricordava bene Giorgio, il “ragazzo dei Levi” che giocava a pallone con suo fratello maggiore e suonava così bene i valzer di Chopin…

Mentre i suoi parenti si accingevano ad uscire, Alberta sentì aprirsi la porta-finestra che dava sul medesimo balcone, venendo dalla cucina: sussultò e si appiattì ancor più contro il muro, ma nessuno uscì. Seppe in seguito che Giorgio, intuendo il suo nascondiglio, all’ultimo istante prima di lasciare la casa, aprì il balcone per darle la possibilità di rientrare. Udì quindi l’allontanarsi dei passi, il rumore del catenaccio che veniva chiuso, il silenzio.

Come può essere il silenzio? Il silenzio può essere fatto di momenti privi di rumori e suoni esterni che ti permettono di ascoltare i pensieri e di meditare e riflettere su questi, il silenzio può essere uno strumento perché il cammino della propria spiritualità progredisca verso forme sempre più alte, il silenzio è prezioso quando dentro di te non c’è solitudine…ma quel silenzio avvertito da Alberta non somigliava a nulla di tutto questo: era il silenzio delle pietre, della malvagità senza speranza di redenzione e di pietà, era il silenzio di chi si sente solo dentro l’anima e che si guarda intorno senza trovare una mano amorosa… ed allora si prova forse a pregare Iddio… quanti ebrei l’hanno fatto ?… E perché nessuna risposta per tanti di loro?… Ma a noi non è dato conoscere i misteriosi disegni del Signore. Alberta attese ancora qualche istante, forse qualche minuto…il tempo pareva si fosse fermato, non ne aveva più la percezione…

Rientrò ancora annichilita attraverso il balcone socchiuso della cucina: nella casa violata e silenziosa regnava il disordine: armadi lasciati aperti, indumenti e valige per terra e nel corridoio un pezzetto di carta ciclostilata, scritto in italiano, perché questa volta erano soltanto S.S. che in due, con baionette innestate facevano immediatamente indietreggiare chi apriva la porta ed entrando come cavallette, urlavano come cani arrabbiati in tutte le stanze: “Kommt! Kommt!” presentando quel foglietto dove c’era scritto: “Sarete trasferiti altrove: tempo venti minuti per lasciare la casa. Portatevi da mangiare per otto giorni, una valigia con indumenti personali, danaro, gioielli, carta d’identità. Chiudete la porta di casa e portatevi le chiavi. Nessuno può rimanere, anche gli ammalati più gravi devono uscire, perché al Campo c’è un’infermeria”.

Dopo attimi di stupore durante i quali nell’osservare intorno Alberta cercò di ricostruire i gesti e le azioni dei suoi cari prima di essere portati via, si precipitò alla porta e la trovò chiusa a più mandate, le occorrevano dunque le chiavi che non aveva. Pensò subito di annodare due lenzuola matrimoniali per calarsi nella grande terrazza sottostante. Ormai aveva il terrore che ritornassero le S.S. ed a tutti i costi sentiva di doversi allontanare. Realizzò d’essere ancora in camicia da notte per cui rientrò in camera da letto per vestirsi in fretta e fra gli indumenti lasciati la sera prima sulla sedia, trovò le chiavi di casa. In quei momenti drammatici la zia, sollecitata da Piera, aveva lasciato furtivamente scivolare quelle chiavi tra i suoi vestiti e la mamma allo stesso modo aveva nascosto una borsetta portata da Ferrara con pochi danari e i gioielli di famiglia. Alberta dunque riuscì a scappare, suo primo pensiero, correre da suo padre. Gli telefonò ma giudicò imprudente parlargli della tragedia, lo pregò soltanto e con tono deciso di lasciare repentinamente la casa insieme all’anziana signora che lo ospitava. Il signor Levi preoccupato suppose che la famiglia avesse a sua volta ricevuto una telefonata di avvertimento da parte di amici. Alberta lo raggiunse sotto l’abitazione dell’amico che gli aveva proposto il lavoro. Nemmeno per strada ritenne prudente parlargli e gli chiese subito di salire in casa dell’amico. “Ma non si va a quest’ora a casa della gente” obiettò il signor Carlo “Io attenderò che scenda il mio amico” aggiunse, ma Alberta fu perentoria: “ Papà dobbiamo salire”. Il suo viso sconvolto fu molto persuasivo: quando furono soli in ascensore la tremenda verità venne fuori e stranamente anche per lei solo in quel momento la realtà si fece avanti in tutta la sua crudezza: “Papà, siamo soli, tu ed io. Le S.S. hanno portato via tutti.” Tutta la forza che l’aveva sostenuta fino a quel momento, improvvisamente l’abbandonò per dar posto ad una estrema spossatezza che la lasciò in bilico tra infelicità ed inquietudine profonde.

Dopo aver raccomandato all’ottima signora D. S. che la ospitava, di non lasciare uscire la figliola per nessun motivo, il signor Carlo andò a telefonare ed avvertire tanti amici in pericolo. Riuscì a farsi anche ricevere da un ministro italiano il quale si strinse nelle spalle sentendosi impotente ed aggiungendo: “Non siamo più noi che governiamo Roma. Sappiamo che ne hanno presi tanti e li hanno portati al Collegio di via della Lungara”.

Con queste notizie rientrò a casa della signora D. S. poco prima del coprifuoco e decise insieme alla figliola che per mantenere la famiglia unita si sarebbero andati a presentare insieme in polizia, questa parve loro la decisione migliore. Gli amici tuttavia dissero subito che il problema andava ulteriormente discusso, magari durante la notte, al momento era necessario studiare il comportamento da tenere durante le ore del coprifuoco, dato che non potevano fornire le loro generalità al portiere, che per legge doveva registrare tutti gli abitanti, sia pure temporanei, che dormivano nel palazzo. In cucina venne accostata una scaletta ad una botola che portava in soffitta, perché nell’eventualità di una suonata di campanello durante le ore del coprifuoco, si sarebbero nascosti rapidamente ritirando la scala. Solo a botola chiusa avrebbero aperto la porta.

Pochi minuti dopo il campanello trillò. Si guardarono in faccia sbigottiti: In silenzio, come convenuto, Alberta ed il padre si nascosero, rimanendo con l’orecchio teso verso la fessura della botola, con lo smarrimento e la preoccupazione di aver potuto procurare guai alla famiglia ospite. Con inattesa, commovente e gioiosa sorpresa udirono la voce della signora D.S. esclamare: “Uh! La Piera!” Piera e la mamma erano alla porta. Si ritrovarono stretti tutti e quattro, in un abbraccio indimenticabile: non credevano alla realtà e si sentirono protagonisti di un miracolo. Durante il giorno la signora D. S. aveva più volte ripetuto: “Ieri ho conosciuto Piera e sento che si salva” ed Alberta ribatteva disperata: “No signora, io ho abbandonato la mia mamma, Piera non l’abbandonerà”.

Ma come era successo questo miracolo? Dalle case avevano prelevato tutti quelli che trovavano, perché le S.S. non sapevano una parola d’italiano, e potevano essere capitati tra questi dei cattolici. In quel Collegio Militare a Roma venne fatto ciò che non fu mai ripetuto in nessun’altra città. Certamente fu in virtù della presenza del Vaticano. Si è saputo in seguito, da documenti, che i nazisti temevano una reazione del Papa, purtroppo anche il Papa temeva le reazioni dei nazisti! Che cosa dunque avvenne quel giorno dell’arresto dei Levi e di tanti altri ebrei? Ad un certo momento un portavoce disse: “Tutti i cattolici che si trovano qui, passino nell’altra sala”. Ne passarono duecento. La signora Alba, incitava la sorella, madre di Alberta ad andare con Piera: “Nessuno vi conosce a Roma, siete qui da tre giorni, strappate le vostre carte d’identità, non avete scritto in fronte che siete ebree!” Erano quasi convinte ma, subito di seguito venne detto ben forte: “Per ognuno che dice il falso, dieci ebrei verranno fucilati al momento”. E la madre di Alberta non volle andare: “Voglio essere vittima io, ma non sopporterei che qualcuno lo fosse per colpa mia”. Riuscì soltanto a consegnare furtivamente, un biglietto ad una signora che si apprestava ad uscire, un pezzetto di carta che Alberta conserva ancora in cornice e che le è molto caro, con la preghiera di consegnarlo al portiere di via Flaminia, 21. Vi scrisse per lei queste parole: “Siamo tranquilli, siilo anche tu e fa’ cosa puoi. Ti abbraccio, ti bacio, sicura di rivederti presto. Dio ti benedica”. Alberta ebbe questo biglietto quando già si era riabbracciata con la madre e la sorella.

Furono liberate quindi duecento persone che si dichiararono cattoliche ed intanto la zia Alba continuava incessantemente ad incitare la sorella: “Potevi salvare tua figlia e te, io non posso, tutti ci conoscono! In queste circostanze bisogna avere coraggio, bisogna rischiare…” Il portavoce ritornò: “Tutti i cattolici di matrimonio misto possono passare nell’altra stanza”. A questo punto e per merito della zia che le ha letteralmente spinte ad oltrepassare quella porta, insieme ad altre cinque persone, sono passate la madre e la sorella. Quando ebbero l’interrogatorio per spiegare il loro caso, avevano già concertato la storia da raccontare. Poco prima riuscirono a mangiare nomi e foto delle loro carte di identità. Ricordarono che il 25 settembre a Bologna c’era stato un grande bombardamento alleato e su quell’evento costruirono una credibile storia: dichiararono, madre e figlia di essere cattoliche, che erano di Bologna ed in seguito al bombardamento avevano perso la casa e tutto, per cui erano anche prive di carta d’identità. Del marito(e padre) ebreo non avevano notizie. Non sapendo dove andare dopo il bombardamento, si erano rifugiate a Roma in casa del fratello del marito, perciò si trovavano in una casa ebraica. Le S.S. con un calcio alla loro valigia, le lasciarono andare.

Piera e la madre si ritrovarono dunque libere e stremate dall’emozione, non sapevano dove dirigersi, non certo in via Flaminia! Ma di lì a poco ci sarebbe stato il coprifuoco. Allora Piera si ricordò della signora Di Santolo che aveva conosciuto il giorno prima ed era stata tanto gentile; certamente le avrebbe aiutate per quella notte. Mai avrebbero sperato di ritrovare lì i loro familiari!

A voler riflettere, pare che nel nostro linguaggio manchi la parola giusta per comunicare quell’indefinibile sentimento di gioia d’esser salvo che vive all’unisono con lo strano rimorso verso chi non si è salvato. Il rimorso è l’inquietudine dell’anima di chi avendo una colpa, sente di doversene vergognare e dunque non può riguardare gli innocenti che si salvarono! Ed allora quale parola può definire quella strana mescolanza di gioia d’esser vivo e dolore straziante che ha inquietato gli animi di mille e mille ebrei che salvi, hanno patito la perdita dei loro cari? E perché esiste, al di là del nome che potremmo dargli? Forse perché talvolta ci si domanda quale caso ha evitato l’annientamento di alcuni e favorito quello d’altri? Forse si è portati a pensare che nel momento del rischio il Signore abbia ascoltato le preghiere di alcuni ed ignorate quelle d’altri? Forse è un’assurda autocensura che ti vuole impedire di gioire d’esser vivo mentre altri non lo sono più? Forse perché l’immane tragedia ti ha messo di fronte alla tua impotenza? Mistero l’animo umano con tutto il suo mare profondo di pensieri ed incertezze!…Alberta è questa “l’inquietudine” che hai sentito mentre nascosta, le SS portavano via i tuoi cari? Ed è ancora questa che ti ha angosciato l’animo nel momento stesso in cui hai avuto la gioia di riabbracciare tua madre e tua sorella? Oh cara splendida Alberta! Tu ora sai quanto l’uomo è in debito con te, perché sull’uomo ha compiuto lo scempio massimo: quello di avere annientato nel suo simile, prima ancora della vita, la sua dignità, togliendogli il nome, i ricordi e costringendolo a rapporti che di umano non avevano più nulla…

L’ingegnere Mario Levi, la signora Alba Ravenna in Levi, zii di Alberta, Giorgio Levi suo cugino di soli sedici anni non tornarono mai più: insieme a tutti gli altri sventurati ebrei catturati quel giorno a Roma, il 18 ottobre, di mattina ben presto per non diffondere ai più, l’ignobile operato, furono trasferiti in un lungo treno bestiame alla Stazione Tiburtina. Dopo alcune ore quel treno, con il suo tragico carico umano è partito: nessuno si è parato innanzi alla locomotiva per impedirne la partenza, le coscienze erano ormai assopite nella paura e nella più completa assenza di discernimento del bene dal male. Solo a Padova, dopo ben due giorni, alcune coraggiose signore della Croce Rossa Italiana, affrontando lunghe discussioni con le SS, ottennero il permesso di offrire acqua a quelle innumerevoli persone, chiuse in vagoni blindati da cui uscivano grida e pianti di bambini, mani tese, voci che inviavano all’esterno, messaggi per persone care.

Il viaggio si concluse ad Auschwitz il 22 ottobre sera. I prigionieri sono rimasti in quei vagoni maleodoranti, senza gabinetti, fino al 23 mattina. Finalmente vennero tolti i sigilli e aperte le porte : un’umanità dolente e silenziosa venne fatta scendere per essere subito selezionata : erano in tutto 1023 persone, ma nei funerei registri del campo venne scritto 1023 “pezzi”! Coloro che sembrarono in discrete condizioni e dunque abili ai lavori del campo furono messi da una parte:149 uomini, da un’altra parte 47 donne; tutti gli altri,827 persone, di cui 244 bambini sotto i 10 anni, quel giorno stesso, 23 ottobre 1943, vennero inviati prima nelle camere a gas, poi nei forni crematori.

244 bambini sotto i dieci anni: bambini le cui madri continuarono, durante quel viaggio ormai senza speranza, a dare le attenzioni che solo le madri sanno dare, il conforto dell’abbraccio, il sorriso che maschera l’angoscia, il grembo come culla…bambini che con occhi stupiti e spaventati trovarono tra le gonne materne, l’ultima illusione di difesa e protezione. Piccole colline di scarpette d’ogni colore e misura furono l’ultimo segno del loro passaggio: scarpette rimaste piccole per sempre, perché ai piedini di chi le calzava, fu impedito di crescere.

Alberta e la sua famiglia, seppero dopo anni e caparbie ricerche che, fra i 149 uomini mandati a lavorare, c’erano anche lo zio Mario ed il cugino Giorgio. I loro nomi sono stati ritrovati ancora fra i vivi nei macabri registri di Auschwitz, nel dicembre del 1943. Poi più niente.

Di quel convoglio solo 17 persone rientrarono in Italia a liberazione avvenuta.

LA SPERANZA

Per lunghi anni Alberta ha custodito la sua storia nei recessi più remoti del suo cuore, senza raccontarla ai suoi figli : non ha voluto vedere nei loro occhi “quella” paura, li ha voluti veder crescere fiduciosi della bontà degli altri. Ella esprime pieno consenso al film di Benigni in cui quel padre custodisce fino al sacrificio estremo, la crescita serena del figlioletto, e maschera fino all’inverosimile l’orrore del campo nazista in cui un’ideologia folle e malvagia li aveva sospinti.

Le ferite indicibilmente profonde e dolorose, che le sono state inferte durante gli anni della gioventù, che di solito sono i più belli della vita, non si sono mai rimarginate. Tuttavia, quando pian piano, ella, si è riappropriata con forza e sfida, della sua identità , ha voluto andare incontro alla vita con fiducia. C’è scritto nell’Ecclesiaste: c’è un tempo per piangere, c’è un tempo per ridere, c’è un tempo per morire, c’è un tempo per vivere. Quando è il tempo di vivere, bisogna farlo nella speranza d’essere felice.

Forse doveva ben saperlo anche l’anonimo ebreo che, nell’allucinante realtà d’un campo di sterminio come Auschwitz, in quella speranza, ebbe a scrivere:

DA DOMANI SARO’ TRISTE, DA DOMANI

MA OGGI SARO’ CONTENTO.

A CHE SERVE ESSERE TRISTI, A CHE SERVE?

PERCHE’ SOFFIA UN VENTO CATTIVO?

PERCHE’ DOVREI DOLERMI OGGI DEL DOMANI?

FORSE IL DOMANI E’ BUONO

FORSE IL DOMANI E’ CHIARO

FORSE DOMANI SPLENDERA’ANCORA IL SOLE

E NON VI SARA’MOTIVO DI TRISTEZZA.

DA DOMANI SARO’TRISTE,DA DOMANI.

MA OGGI, OGGI SARO’CONTENTO

E A OGNI AMARO GIORNO

“DA DOMANI-DIRO’-SARO’TRISTE.

OGGI NO”.

Grazie a Liliana Batà che ha scritto e ci ha inviato questa storia raccontata da Alberta Levi Temin