L’eclissi della ragione: riflessioni sul “disimpegno” da Gaza | Kolòt-Voci

L’eclissi della ragione: riflessioni sul “disimpegno” da Gaza

Ariel Viterbo, ottobre 2005, Nevè Daniel

È difficile tentare di condensare in un articolo le proprie riflessioni sugli avvenimenti successi quest’estate in Israele. Ho stentato a lungo a tornare alla tastiera per fissare in poche righe il mio sguardo sulla realtà israeliana e condividere la mia esperienza coi lettori italiani. Complice anche l’evolversi della situazione interna israeliana, che mi ha portato a scendere in piazza a manifestare, piuttosto che a sedermi a tavolino a scrivere. Ma ormai l’estate è passata, il ritiro da da Gaza è terminato, giunge il tempo di tornare a scrivere. Con grande rabbia, col cuore ferito.

Il “disimpegno” (così si dice in political correct?) da Gaza e dal nord della Cisgiordania, con la distruzione totale di venticinque insediamenti civili e il trasferimento coatto di diecimila cittadini israeliani strappati alle loro case, è stato il trionfo di una inusuale efficenza israeliana e allo stesso tempo la sconfitta della ragione. Lo stato ha vinto, il sionismo ha perso, ha subito la più grande sconfitta della sua esistenza. La democrazia formale ha prevalso, la democrazia vera è stata calpestata. La legge ha vinto, la giustizia è stata fatta a brandelli. Da qualsiasi punto di vista lo si voglia vedere lo sgombero rappresenta il punto più basso della storia del sionismo.

Di nuovo: mi è difficile ordinare le idee, spiegare al lettore lontano dalla realtà quotidiana di qua, l’enormità dell’errore commesso da Sharon. Ci proverò passo passo.

L’aspetto politico: democrazia violentata

Il Likud guidato da Sharon ha vinto le elezioni nel gennaio del 2002 sulla base di un programma che prevedeva la continuazione delle trattative coi palestinesi ed escludeva ritiri unilaterali, proposti invece dal partito laburista guidato allora da Miznah (qualcuno ricorda ancora questo ennesimo generale con sentimenti da salvatore della patria?). il Likud ricevette 38 mandati al parlamento, ai quali si aggiunsero subito altri due del partito di Nathan Sharanski, i laburisti terminarono con 19. Non c’era dubbio allora che il popolo non voleva nessun ritiro unilaterale.

Il governo che sorse si basava su una coalizione formata oltre che dai quaranta parlamentari del Likud da undici membri dei partiti della destra e dai quindici del partito laico di Shinui. Non solo, ovviamente, i partiti di destra ma nemmeno Shinui appoggiava o proponeva il ritiro unilaterale, nessuno ne aveva mai parlato se non per attaccare i laburisti. Alla coalizione di governo si potevano aggiungere anche i parlamentari ultraortodossi: una grande maggioranza di circa novanta membri della Knesseth contro ogni ritiro unilaterale

Quando Sharon, per quale motivo nessuno lo sa, adottò il piano di sgombero da Gaza e dal nord della Cisgiordania, si trovò ovviamente di fronte al dissenso del suo partito. Accettò allora di sottoporre il piano ad un referendum interno al partito e si impegnò di accettarne i risultati. I membri del Likud respinsero il piano a grande maggioranza, Sharon si rimangiò l’impegno e continuò col suo piano.

Propostolo al governo per essere adottato come linea ufficiale, dovette prima licenziare due ministri del partito più a destra, per sbarazzarsi dell’opposizione più agguerrita, quindi accettare il compromesso proposto dai ministri del suo partito, secondo il quale il governo approvava il piano ma rinviava la decisione sullo sgombero degli insediamenti civili. Tale decisione sarebbe stata presa solo immediatamente prima della messa in atto dello sgombero e per ogni gruppo di insediamenti si sarebbe votato a parte, al termine dello sgombero del gruppo precedente. Così, spiegarono i ministri, si sarebbe controllata la reazione dei palestinesi allo sgombero ed eventualmente si sarebbe potuta bloccare la realizzazione del piano, qualora i terroristi avessero colpito. Giunti al dunque però un’altra volta Sharon si è rimangiato la parola: le votazioni sullo sgombero degli insediamenti sono state fatte una dopo l’altra, senza attendere lo sgombero dei primi insediamenti e il piano è stato realizzato senza pause, senza controlli.

Infine, la prova più lampante che il piano di sgombero ha realizzato una linea politica opposta a quella per merito della quale è stato eletto Sharon, è il fatto che per realizzarlo Sharon ha dovuto cambiare tutta la coalizione di governo. Abbandonato anche dal partito nazional-religioso e da più di un terzo dei parlamentari del suo partito, compresi due ministri, Sharon ha dovuto allearsi col partito laburista, il partito che aveva perso le elezioni per aver proposto il ritito unilaterale.

Come è possibile definire questo insieme di azioni politiche se non come l’umiliazione totale della democrazia?

L’aspetto militare: un’altra battaglia persa

Coi palestinesi, piaccia o no, siamo in guerra. E per siamo intendo lo stato d’Israele e chi si identifica con esso. E la guerra dura da quando il movimento sionista ha cominciato a riportare gli ebrei nella Terra d’Israele. Da allora, di occasioni per trovare un compromesso e dividersi la terra, ce ne sono state parecchie. Chi le ha rifiutate, sono stati i palestinesi e i loro alleati arabi. Scrivo questo perchè sia chiaro che faccio parte di coloro che pensano che la ragione sia dalla parte di Israele anche in tutto il periodo dal 1967 ad oggi, anche quando Israele occupa territori che non fanno parte dello stato internazionalmente riconosciuto.

La fase attuale della guerra è cominciata cinque anni fa, nell’ottobre del 2000, dopo il fallimento del vertice di Camp David tra Arafat e Barak. Fin dall’inizo la sensazione era che Israele, assai più forte militarmente dei palestinesi, stesse perdendo, ai punti, la contesa. Incertezze nel reagire, reazioni mirati più a far rumore che a colpire, ostinazione a voler conservare intatte le istituzioni palestinesi anche quando erano esse a guidare gli attacchi, ritiri tattici da posizioni prima conquistate: tutto l’operare militare d’Israele ha mostrato segni d’impotenza, di stanchezza lungo tutti i cinque anni. Solo nella primavera del 2002, l’escalation degli atti di terrore aveva finalmente spinto il governo (già allora guidato da Sharon) ad autorizzare un’operazione militare a vasto raggio, che riuscì a colpire le organizzazioni terroristiche, limitandone a lungo le possibilità d’azione. Ma poi di nuovo l’incertezza nel terminare l’operazione e la mancata eliminazione dell’Autorità Palestinese, riportarono la situazione nei termini precedenti. E dalla stanchezza, forse, nacque il piano del disimpegno: ritirarsi dalla striscia di Gaza e dal nord della Cisgiordania, smantellando tutti gli insediamenti civili e lasciando il territoro nelle mani palestinesi. A cose fatte, non posso che tornare su quanto scrissi esattamente un anno fa. Il piano è privo di ogni logica diplomatica: il ritiro è stato unilaterale, nessuno è ora tenuto a dare ad Israele qualcosa in cambio. Il ritiro è in realtà illusorio, perchè dovremo continuare a controllare la costa di Gaza, il suo spazio aereo, il confine di terra per impedire l’arrivo di armi ed esplosivi e la penetrazione di terroristi nel territorio israeliano. Il ritiro è pericoloso, perchè dal confine con l’Egitto affluiranno liberamente armi, esplosivi e terroristi che verranno usati per bombardare le cittè e i kibbuzim della costa meridionale di Israele (Ashkelon, Ashdod, Sderot, e via dicendo). Il ritiro è bugiardo perchè non potremo “disimpegnarci” dai palestinesi di Gaza: dovremo continuare a permettere loro di venire a lavorare in Israele, altrimenti ci accuserebbero di affamarli. Il ritiro è impossibile: non basta ritirare i soldati per togliersi la responsabilità del destino dei palestinesi. Agli occhi del mondo, noi resteremo i responsabili fino a che non ci sarà un’autorità statale che ci sostituirà, non ci si può disfare di Gaza come ci si disfa di un paio di calzini bucati. Il ritiro è una vittoria per i palestinesi, un invito ai terroristi a continuare a colpirci, per spingerci ad un altro ritiro. I portavoce del Chamas l’hanno già detto esplicitamente. La lotta dei palestinesi è per ottenere tutto Israele, non una piccola parte che già controllano.

Lo sgombero da Gaza e dal nord della Cisgiordania, sgombero privo di ogni logica militare e diplmomatica, segna un’altra battaglia persa nella guerra coi palestinesi.

L’aspetto sionista: uno stato malato

Per la prima volta nella sua storia, il movimento sionista, rappresentato dalla sua realizzazione pratica, lo Stato d’Israele, ha distrutto insediamenti civili ebraici nella Terra d’Israele, senza motivo e senza ottenere nulla in cambio. Una distruzione fine a sè stessa che è apparsa agli occhi degli arabi la prova lampante della verità della loro affermazione che gli israeliani sono degli estranei, dei conquistatori in Palestina. Chi fugge, chi si ritira, chi distrugge le sue stesse case, chi sradica i propri abitanti dalle loro abitazioni, chi abbandona un pezzo di terra, dimostra di non averlo mai posseduto davvero. I sionisti sono come i crociati, amano ripetere i palestinesi. Colonizzatori senza radici, che non hanno nessun vero senso di appartenenza a questa terra. La possiedono come una proprietà da lasciare quando i problemi sono ardui da risolvere. Il ritiro da Gaza e dal nord della Cisgiordania ha significato anche il rafforzamento delle armi retoriche e propagandistiche dei palestinesi.

Potremmo ignorarli, i canti di vittoria degli arabi, se il ritiro avesse significato qualcosa di positivo per Israele, per il sionismo. Ma nemmeno Sharon e il suo governo sono riusciti ad indicare un risultato positivo del piano. Passati i giorni ardenti di agosto, alle porte del nuovo inverno, tutti coloro che hanno appoggiato il piano, governo, maggioranza, mass media, intellettuali, movimenti di sinistra, tutti tacciono, cercano di dimenticare e far dimenticare che una presenza ebraica a Gaza e nel nord della Cisgiordania sia mai esistita. Nessuno vuole spiegare perchè la situazione internazionale d’Israele, che doveva migliorare di 180 gradi, sia rimasta la stessa: isolati, sotto pressione, a stento tollerati. Nessuno vuole ammettere che uno Stato che abbandona territori che aveva conquistato in guerra, senza richiedere nulla in cambio, eterna la situazione di conflitto imposta dal nemico e prepara il prossimo ritiro, senza sapere dove si fermerà l’ultimo sgombero. Nessuno vuole ammettere che un movimento nazionale che distrugge parte di sè stesso dimostra di essere gravemente malato, forse d’un male incurabile.

Il ritiro da Gaza e dal nord della Cisgiordania ha fatto a brandelli la democrazia israeliana, mette in pericolo la sicurezza in tutto il territorio nazionale, indebolisce il movimento nazionale ebraico, a vantaggio di quello palestinese. Israele apre il nuovo anno con sempre maggiori dubbi sul proprio futuro.