Discorso d’insediamento | Kolòt-Voci

Discorso d’insediamento

Alfonso Arbib – Milano 18.9.2005

Il Talmud, nel trattato di Kiddushìn (40b) afferma che il mondo viene giudicato per la maggior parte delle sue azioni. Se la maggior parte di queste è positiva, viene giudicato positivamente; se è negativa, negativamente. Le azioni di cui parla il Talmùd sono quelle di ogni singolo uomo che sommandosi decidono del destino del mondo. Credo che questo passo talmudico ci dica qualcosa di importante su cosa sia una comunità.

Una comunità è formata da singoli individui e ogni singolo individuo è importante, una sola azione di ognuno di noi può decidere del destino dell’umanità. Nello stesso tempo però, l’individuo non è un’entità a se stante e vive assieme agli altri e anche le azioni degli altri possono decidere sia il destino dell’umanità sia il nostro destino individuale.

C’è un altro elemento però che credo sia fondamentale in ciò che dicono i Maestri del Talmud. Noi costruiamo la nostra vita e il nostro futuro; non c’è niente di prestabilito, di predestinato, di già scritto.

La Torà, nella parashà di Shofetìm, vieta di rivolgersi ai maghi e agli indovini e considera questo divieto fondamentale in quanto la magia è indice di una mentalità deterministica, che considera il futuro già scritto e l’uomo una semplice pedina in un gioco più grande di lui. Secondo la tradizione ebraica, invece, il futuro è nelle nostre mani, dipende dal nostro rapporto con noi stessi, con gli altri e con D.o.

Dicono i nostri maestri: “Le tue azioni ti avvicineranno, le tue azioni ti allontaneranno”. L’insediamento di un nuovo Rabbino capo, è tradizionalmente il momento in cui si fanno programmi per il futuro. Per fare questi programmi dobbiamo però credere in noi stessi, nella possibilità, con l’aiuto di D.o, di cambiare e migliorare.

La Comunità di Milano è cresciuta moltissimo negli ultimi anni: è aumentato il numero dei Batè Keneset (sinagoghe), l’offerta dei prodotti kasher, il numero di persone che studia Torà. Nonostante ciò il cammino da compiere è ancora lungo, e i problemi da affrontare sono ancora molti.

Vorrei ricordarne alcuni. Mentre una parte della Comunità si avvicina in modo evidente alla tradizione ebraica, una parte se ne sta allontanando in modo preoccupante. Non possiamo e non dobbiamo rassegnarci a questa situazione.

La Torà dice che, dopo il peccato del primo uomo, questi si nasconde davanti a D.o e D.o lo cerca. Se D.o può andare alla ricerca dell’uomo, a maggior ragione lo possiamo e lo dobbiamo fare noi. Dobbiamo andare alla ricerca degli Ebrei lontani, degli “invisibili” secondo un’efficace espressione di Rav Laras. Per farlo è però necessario capire i motivi dell’allontanamento ed essere capaci di trasmettere la bellezza e la rilevanza della tradizione ebraica, non solo del pensiero ma anche dell’osservanza delle norme pratiche.

L’ebraismo non è un’ideologia o una filosofia ma un modo di vivere, che riguarda l’uomo nella sua interezza, cervello, anima e corpo. Bisogna anche ricordare un’idea fondamentale del pensiero ebraico.

Per poter aiutare il prossimo, è necessario innanzitutto aiutare se stessi, mettersi in discussione e tentare di migliorare.

Dice Hillel: “Se io non sono per me, chi è per me; ma se io sono solo per me, chi sono io”?

C’è in particolare un gruppo di persone che sembra essersi progressivamente allontanato dalla vita comunitaria: sono i giovani in età postscolare. Credo sia superfluo sottolineare l’importanza di questo problema.

I giovani sono il presente e il futuro di questa Comunità, sono o dovrebbero esserne l’elemento più vitale. Dobbiamo affrontare la questione giovanile con intelligenza, fantasia e senza paternalismi.

Dobbiamo soprattutto tentare di capire le loro esigenze e i loro interessi senza però inseguire le mode del momento e rimanendo all’interno della tradizione ebraica, nella convinzione che questa tradizione sia rilevante in ogni epoca e per ogni generazione.

Sarà tanto più rilevante quanto più riusciremo ad aumentare le occasioni e la possibilità di studiare e di riflettere sul grandissimo patrimonio della Torà.

L’ultima profezia riportata nel Tanàch (Bibbia) si conclude con questo verso:

“Ecco Io vi mando il profeta Elia … e ricondurrò il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i loro padri”.

Rashì, commentando questo verso, dice che questa riconciliazione fra figli, padri e D.o avverrà attraverso i figli.

La mia generazione ha assistito, dopo un periodo di forte distacco dalla tradizione ebraica, a un fenomeno di ritorno all’ebraismo per merito e iniziativa dei più giovani. Credo che questo fenomeno possa e debba ripetersi anche in questa generazione.

Qualunque programma comunitario ha un presupposto fondamentale, l’unità della comunità.

Il Midràsh dice che il popolo ebraico ricevette la Torà solo quando si “accampò” sotto il Monte Sinai come un solo uomo con un solo cuore.

Senza unità non esiste comunità e non esiste popolo ma solo una serie di individui isolati e solitari.

L’unità però non è e non deve essere omologazione.

Il Talmud dice: “ come i volti delle persone sono diversi le loro idee sono diverse”.

La Comunità di Milano è una Comunità complessa e variegata.

Sono presenti idee e culture diverse, gruppi di diversa provenienza, sefarditi, ashkenaziti, italiani.

Tutto ciò rappresenta una grande ricchezza per la nostra Comunità. Allo stesso tempo però è necessario lavorare assieme su obiettivi comuni.

La parola Comunità (edà in ebraico) secondo alcuni deriva dalla radice iaàd che vuol dire obiettivo, missione. Le diversità all’interno della Comunità sono una ricchezza, a patto di avere un obiettivo e una missione comuni.

Dobbiamo fare lo sforzo di lavorare insieme, affrontare insieme i problemi della nostra Comunità e aumentare le occasioni di incontro fra le varie componenti di essa.

Ma una comunità ebraica non è un’isola.

Viviamo dentro il mondo ebraico e dentro la società civile.

Il rapporto con il mondo ebraico ed in particolare con la Terra d’Israele è fondamentale, sia da un punto di vista emotivo e sentimentale, sia da un punto di vista culturale.

La presenza qui oggi del Rabbino Capo d’Israele, credo sia particolarmente significativa, e colgo l’occasione per ringraziarlo di averci dato questo grande onore.

L’ebraismo italiano ha una gloriosa tradizione; alcuni dei più grandi Maestri dell’ebraismo sono nati o vissuti in Italia. Essi erano strettamente legati con il resto del mondo ebraico, e credo che a tutt’oggi tale legame debba essere sempre più stretto.

Ugualmente importante è il rapporto con la società in cui viviamo e di cui siamo parte integrante.

Sono convinto che la società civile stessa possa trarre solo benefici da una comunità ebraica forte e portatrice di valori propri, che possano poi essere confrontati costruttivamente con altri valori.

Dobbiamo inoltre continuare a sviluppare il dialogo interreligioso proseguendo il cammino intrapreso da Rav Laras che sono certo continuerà a dare il suo fondamentale contributo.

Questo dialogo sarà tanto più proficuo quanto più si porrà l’obiettivo di rispettare le diverse identità.

Sono anni questi, in cui assistiamo al risorgere dell’antisemitismo, che speravamo sepolto sotto le macerie e i lutti della Seconda Guerra Mondiale. E’ un fenomeno che, solo in apparenza, tocca una piccola minoranza, ossia noi, mentre in effetti ha avuto e ha impatti devastanti sulla maggioranza della società. Assume ormai diverse forme, alcune evidenti, altre meno, ma tutte da condannare e alle quali non dobbiamo assuefarci, come se si trattasse di una fatalità.

A conclusione di queste note, vorrei ringraziare il Consiglio della Comunità di Milano che ha voluto conferirmi questo prestigioso incarico, le autorità civili e religiose, tutti i rabbanim presenti e i miei maestri.

Yehì ratzòn shetishrè shekhinà bema’asè yadènu.