Shavuòt: Il passaggio dall’inusuale all’usuale | Kolòt-Voci

Shavuòt: Il passaggio dall’inusuale all’usuale

David Piazza

Tra tutte le feste del calendario ebraico, quella di Shavu’òt si distingue per un particolarità: è una festa senza mitzvòt, senza cioè obblighi particolari. Non si celebra, non si accende, non si suona e non si mangia niente di speciale. Questa ricorrenza inoltre, non ha nemmeno un nome particolare dalla Torà che la definisce solo col termine “settimane”, in ebraico appunto Shavu’òt. E di quali “settimane” si parla? Quelle che si contano a partire dalla seconda sera di Pèsach. Questo conteggio, comandato dalla Torà, è legato al manipolo d’orzo che in questo periodo veniva portato al Santuario di Gerusalemme. Ogni giorno, per quarantanove giorni.

Dobbiamo quindi cercare di capire come mai questa festa importante che pur faceva parte dei tre pellegrinaggi, prende il nome dalla sua dipendenza da un’altra festa che la precede, quella appunto di Pèsach. Che cosa succede tra queste due feste che merita di essere sottolineato?

Facciamo allora qualche passo indietro. Pèsach è senza dubbio la festa del pane azzimo, le matzòt. Il divieto di consumare cibi lievitati è molto particolare. Non ci viene comandato infatti di mangiare per forza qualcosa (a parte durante la sera del sèder, ma quella è un’altra storia), né ci viene vietato del tutto di mangiare qualcos’altro. Quello che viene richiesto è di mangiare qualcosa che mangiamo tutti i giorni, ma in maniera diversa. Cerchiamo di fare un esempio. Il divieto di mangiare pane non lievitato è come se, per assurdo, ci venisse comandato di mangiare solo in piedi, mentre invece tutto l’anno possiamo mangiare, sia in piedi, sia seduti. Pane lievitato e pane azzimo non sono vietati tutto l’anno. Eppure per sette (otto nella Diaspora) giorni possiamo mangiare solo quello azzimo. Perché?

Le nostre haggadòt sono oramai stracolme di commenti sul perché della matzà a Pèsach e basterà quindi citare solo quelli che vedono nella matzà il pane dell’attenzione ad un processo. L’attenzione meticolosa a rispettare quei diciotto minuti, passati i quali il pane lievita e diventa proibito per la festa. Il pane, l’elemento base da migliaia di anni, di qualsiasi pasto, in qualsiasi parte del mondo, sia quello civilizzato, sia quello primitivo. Uno dei simboli più forti dell’uomo che afferma la sua volontà creatrice in grado di trasformare la natura per i suoi scopi personali. Semina, raccolto, macinazione, impasto e cottura come il paradigma della tecnologia.

Ma allora, si chiedono i nostri Maestri, se questo “pane attento”, la matzà, sembra essere migliore di quello comune (ed in effetti era quello più usato nel Santuario), come mai non ce ne viene comandato dalla Torà il consumo per tutto l’anno?

Torniamo da dove abbiamo iniziato, a Shavuòt. Sappiamo che ogni ricorrenza ebraica aveva un suo particolare sacrificio da offrire al Santuario, in aggiunta ai tre quotidiani da eseguirsi ogni giorno. Bene, e qual era allora il fulcro del sacrificio dalla “festa delle settimane”, che si celebrava alla fine del conteggio, al cinquantesimo giorno? Due forme di pane lievitato! Proprio quel pane tanto bistrattato nei giorni in cui abbiamo iniziato il conteggio. Cominciamo ad essere un po’ confusi.

Per trovare una possibile via d’uscita dobbiamo prima rispondere a una domanda fondamentale.

Da un punto di vista strettamente halakhico, cioè normativo, quali sono le priorità in caso di conflitto tra il quotidiano e l’eccezionale? Tra qualcosa che succede spesso e qualcosa che succede ogni tanto, chi ha la precedenza sull’altro?

Abituati da anni di pensiero occidentale saremmo portati a rispondere che l’eccezionale prevale sempre sul quotidiano. In fondo non è la cultura occidentale che ha il culto dell’ “evento”?

Eppure ebraicamente non è così. Prendiamo un esempio banale, che tutti conoscono e che tutti noi eseguiamo quasi meccanicamente. Tutte le mattine dobbiamo indossare talled e tefillin prima della tefillà mattutina, Shachrìt. Bene, ma in che ordine? Si badi bene di come anche la domanda dell’ordine non sia affatto banale. Tutto deve avere un posto nel creato, tutto deve avere un ordine. Nel caso di talled e tefillin, la risposta halakhica è: “prima” il talled e “poi” i tefillìn. E perché mai?

Perché, sostengono i nostri Maestri, vale la regola “tadìr veenò tadìr, tadì kodèm”. Cioè tra consueto e inconsueto, il consueto viene prima. Nel nostro caso, il talled lo indossiamo tutti i giorni, anche di giorno festivo. Mentre i tefillìn li possiamo indossare solo nei giorni feriali (perché essi stessi hanno un attributo “festivo”, che andrebbe “in conflitto” con la festa). Quindi il “consueto” talled precede gli “inconsueti” tefillin.

Già, ma che “c’azzecca” tutto questo con le feste di cui stavamo parlando?

La festa di Pèsach ha il compito di sollevare la nostra attenzione su qualcosa di molto banale e triviale, il pane. Che cosa c’è di più “consueto”? La torà sembra sollevare questo problema chiedendo di trasformare in “inconsueto” proprio il “consueto”. Allora mangiamo la matzà. Ma questa non è l’ideale. Quanto possiamo mantenere la tensione dell’ “inconsueto” prima che si banalizzi nel “consueto”? Ben poco, sembrerebbe dire la Torà. Non più di otto giorni.

Il messaggio sembra dunque essere: è facile vivere nell’esaltazione dell’evento e raggiungere vette prima sconosciute. È facile (per fare un esempio) riempire i nostri templi nelle festività o peggio nel solo giorno di Kippùr. Molto più difficile trovare semplici minianim che umilmente, ogni giorno, con grande fatica, recitano le semplici preghiere quotidiane. Con al pioggia, con il freddo o con il caldo torrido.

Il percorso dalla festa di Pesach a quella di Shavu’òt è il percorso dall’inconsueto al consueto. È un percorso difficile, graduato e calcolato. Giorno dopo giorno. È il percorso della rivoluzione che si fa permanente. È un percorso che, se siamo in grado di comprendere, ci può rendere meritevoli di ricevere la Torà (che solo marginalmente viene donata proprio nel giorno di Shavu’òt). A quel punto saremo in grado di far scendere sulla terra e fare nostra quella Torà che molti, troppi continuano a vedere come eccezionale, fuori dalla nostra portata.

Pubblicato sul Bollettino della Comunità Ebraica di Milano