Fecondazione assistita: Halakhà e referendum | Kolòt-Voci

Fecondazione assistita: Halakhà e referendum

Alberto Somekh

Il prossimo 12 Giugno è indetta una consultazione referendaria con quattro quesiti sul difficile tema della fecondazione assistita e della ricerca scientifica sugli embrioni. Qual è il punto di vista ebraico? Nelle righe che seguono cercherò di fornire delle indicazioni succinte, partendo dalla presentazione dei quesiti così come apparsa sul “Corriere della Sera” dell’8 maggio scorso.

1) La ricerca

“Il primo quesito punta all’eliminazione del divieto di ricerca sull’embrione, che la legge impedisce in tutte le forme. Secondo i promotori, l’obiettivo è consentire nuove cure per malattie come Alzheimer, Parkinson, sclerosi, diabete, cardiopatie e tumori”.

La ricerca scientifica non deve essere fermata invocando possibili abusi che ne possono derivare sul piano etico, sociologico e politico, che hanno la loro rilevanza, ma vanno tenuti distinti dalla ricerca in quanto tale. La Torah stabilisce che il pericolo di vita ha una posizione di riguardo in pressoché tutte le situazioni. Approfondire la conoscenza della natura per il bene di coloro che soffrono di patologie gravi è a sua volta un obbligo e nessuna barriera può essere eretta ad impedire la cura di queste malattie, perché in tal caso la perdita sarebbe maggiore del beneficio.

2) Gli embrioni

“Il secondo quesito punta a eliminare gli obblighi di creare in vitro un numero massimo di tre embrioni per volta e di trasferirli nell’utero della donna in un’unica soluzione. Secondo gli specialisti, sono tecniche d’ostacolo al successo delle tecniche di fecondazione assistita”.

Per avere una ragionevole probabilità di successo nella fecondazione, è necessario impiantare nell’utero un numero quanto maggiore possibile di embrioni, sapendo a priori che uno solo porterà a termine la gravidanza, mentre gli altri “moriranno”. La vigente legge parte dall’assunto che gli embrioni siano già esseri umani a tutti gli effetti e che si debba “risparmiare” quante più vite possibili. La Halakhah, invece, non considera gli embrioni stessi come vite fintanto che non vengono collocati dentro l’utero e, anche una volta impiantati, non ne proibisce la distruzione fino al 40° giorno di gestazione se questo è il prezzo perché uno di essi dia luogo ad una vita in atto.

3) Il concepito

“Si vuole abrogare l’articolo che equipara i diritti dell’embrione a quelli delle persone già nate. Prevede inoltre l’eliminazione del divieto di congelamento dell’embrione, del numero massimo di embrioni, della diagnosi pre-impianto e della selezione degli embrioni”.

Pur riconoscendo che l’aborto è un crimine, la tradizione ebraica non considera neppure il feto già completamente formato alla stregua di una vita in atto: tanto meno gli embrioni. Per la tradizione ebraica è senz’altro lecito conservarli, con le opportune tecniche di congelamento, per utilizzarli in un futuro ciclo riproduttivo della stessa coppia, ovvero adoperarli per ricerche scientifiche utili alla salute umana. In quest’ottica la Halakhah non vede obiezioni alla diagnosi pre-impianto e alla selezione degli embrioni, nella misura in cui servono a combattere le malattie genetiche.

4) L’eterologa

“Il quarto quesito vuole far cadere il divieto di fecondazione eterologa, dove si utilizzano gameti (ovociti e spermatozoi) appartenenti a donatori esterni alla coppia in cura. Il ricorso all’eterologa riguarda le coppie con problemi di sterilità per cui non esistono altre cure”.

La Halakhah, mentre ritiene generalmente permessa la fecondazione omologa (tramite lo sperma del marito), è invece assai meno univoca riguardo a quella eterologa. Sebbene la maggioranza dei Rabbini ritiene che non vi sia adulterio in mancanza di un atto sessuale, i problemi che emergono sono piuttosto altri, legati all’identità del bambino e ai suoi rapporti giuridici con coloro che hanno contribuito a darlo alla luce.

Va comunque tenuto presente che, all’atto pratico, su questi delicati argomenti il diritto ebraico valuta e decide caso per caso, dopo aver consultato esperti scienziati e Rabbini. I suddetti chiarimenti servono perciò non tanto ad affermare il punto di vista ebraico sulla questione, quanto a creare le condizioni perché al cittadino italiano che voglia attenersi al punto di vista ebraico tradizionale sia data la piena possibilità legale di farlo.