Il serraglio dei giudii | Kolòt-Voci

Il serraglio dei giudii

Nel Ghetto di Roma, per le vie che raccontano i sogni e gli incubi di un popolo

Daniele Scalise

“Fino a trent’anni fa i nostri genitori ci invitavano a ‘non mostrare il nostro essere ebrei, a mantenere un profilo basso’” “Il pettegolezzo del Ghetto è dovuto alla necessità di conoscere le persone con cui si tratta, sapere se ci sono radici in comune”. Oggi si moltiplicano ristoranti kasher e negozi di Judaica. Tutto richiama un’identità minacciata e solo di recente rivisitata.

I blocchi di cemento, le transenne, i poliziotti che fanno le ronde con i mitra, la sorveglianza organizzata dei genitori e della Comunità, tutto questo si paga e credo sia il motivo di un alto tasso di aggressività degli studenti ebrei obbligati a vivere in un meccanismo di compressione”. Lo constata rav prof. Benedetto Carucci Viterbi, preside delle medie e del liceo della scuola ebraica da poco trasferitasi nel cuore dello stesso Ghetto di Roma, in quel Palazzo della Cultura che dovrà assommare presto anche il resto dell’istituzione scolastica ebraica, gli asili e le elementari che invece ancora stanno al di là del Tevere.

Carucci è un giovane, paziente rabbino, valente talmudista e insegna, in qualità di professore invitato, all’Università Gregoriana oltre che al Collegio rabbinico. Il Ghetto lo conosce bene per averlo vissuto lungo i suoi quarantadue anni e ora che vi lavora in una posizione così delicata, ora che vede crescere e studiare e innervosirsi e giocare la nuova generazione ebraica romana, se possibile lo conosce ancora meglio. Le finestre del suo studio incorniciano alcuni palazzi e di sbieco Piazza delle Cinque Scole che un tempo faceva da ingresso ad altrettante sinagoghe, tre di rito sefardita (ossia spagnolo) come la Scola Catalana, la Scola Castigliana e la Scola Siciliana e due di rito italiano: la Scola Nova e la Scola Tempio. La giornata è lucente, le grida dei ragazzi salgono e scendono dalle scale come in qualsiasi scuola, professori affaticati ricevono genitori preoccupati, aprono i registri, leggono i voti, commentano, ascoltano, suggeriscono. Come in ogni scuola di questo mondo. Una parete dello studio di rav Carucci è coperta da un mosaico di disegni studenteschi: la sinagoga maggiore, le feste, le lettere ebraiche che danzano sui fogli. Fuori la luce persiste a illuminare le strade. Carucci ogni tanto si assenta perché chiamato a risolvere un’emergenza. Poi torna, allarga le braccia e si scusa. In una scuola c’è sempre da fare. In ogni scuola c’è sempre da fare.

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Dice rav Carucci, facendo brillare gli occhi tersi che di per sé non hanno bisogno della luce del sole: “Il Ghetto di Roma è stato un luogo di segregazione su cui si è stratificato prima l’antigiudaismo, poi l’antisemitismo e alla fine l’antisionismo. Il fatto che in questo spazio simbolico così connotato abbia vita la scuola ebraica mi pare un dato fondamentale”. Novecento studenti di un’età che va dall’infanzia all’adolescenza frequentano i vari indirizzi seguendo non solo il curriculum scolastico classico e condiviso dai loro coetanei gentili, ma anche uno specifico che comprende la lingua ebraica, la storia degli ebrei e di Israele, la Bibbia, la tradizione e l’esegesi biblica, il pensiero ebraico. “Un curriculum parallelo sul modello americano”, spiega rav Carucci, convinto che “uno studente che studi la pagina talmudica o l’esegesi biblica è poi più forte nell’affrontare anche le altre materie più generali perché la sua cultura specifica entra a far parte di un processo di crescita complessiva”. Le radici. Già, le radici, la cui ricerca non è un atto banale di archeologia romanzesca ma vera e propria necessità di appartenere e vivere un’identità troppo minacciata, troppo a lungo oscurata.

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“Fino a trent’anni fa, quand’eravamo ragazzini”, dice Michela Procaccia, funzionario della direzione generale degli Archivi di Stato e instancabile studiosa della storia degli ebrei romani, “i nostri genitori ci invitavano a ‘non mostrare troppo il nostro essere ebrei, a mantenere un profilo basso. Oggi assistiamo a un processo di riscoperta dell’identità ebraica e di quella romana. E il Ghetto è sicuramente un centro da cui partire e a cui tornare”. Del resto tutti sanno o dovrebbero sapere che l’Italia – oltre a Israele e alle terre finitime – ha una storia ebraica remota, continua e ininterrotta. La comunità che si stabilì lungo le rive del Tevere è la più antica di Europa: ci sono notizie di ebrei a Roma fin dal secondo secolo avanti l’e.v. Nella città si era insomma insediata una diaspora ebraica, anche se non di vaste proporzioni, ben prima della distruzione del Secondo Tempio a opera di Tito. Fra il II e il VI secolo e.v. il numero dei ‘giudii’ residenti a Roma arriva a 40 mila. Sorgono e si moltiplicano biblioteche mentre abili e pazientissimi scribi ricopiano i testi sacri.

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“Poiché è assurdo e sconveniente al massimo grado che gli ebrei, che per loro colpa sono stati condannati da Dio alla schiavitù eterna, possano, con la scusa di essere protetti dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo a noi, mostrare tale ingratitudine verso i cristiani e oltraggiarli per la loro misericordia e pretendere dominio invece di sottomissione…”, inizia così – e vi risparmio il resto – l’editto del 14 luglio 1555 di Paolo IV Carafa che codificò in modo inequivocabile il suo odio antigiudaico elencando quattordici divieti che, anche se non molto originali, erano per la prima volta riuniti in un corpo legislativo inesorabile. Si stabiliva cioè che tutti gli ebrei avrebbero dovuto vivere in un’unica strada ben separata da quelle dei cristiani e chiusa con un portone di entrata e di uscita. Se una strada non fosse bastata, se ne sarebbero potute prevedere pure due o tre o più, l’importante è che fossero ben serrate e con una sola sinagoga. Le altre andavano abbattute. Gli immobili di proprietà ebraica dovevano essere venduti ai cristiani. Perché venissero immediatamente identificati, gli ebrei maschi dovevano indossare un pezzo di stoffa gialla sul berretto e le donne dovevano portare uno scialle o un velo dello stesso colore. La storia del segno di riconoscimento è vecchia. Il primo a imporre un segno di riconoscimento, verso la metà del VII secolo, era stato un califfo arabo: un pezzettino di stoffa colorata con la forma di un maiale. Poi nel 1215 la Chiesa aveva ripreso quella sordida idea. L’editto di Paolo IV vietava agli ebrei ogni commercio salvo quello degli stracci o della roba vecchia che nel suo latinaccio il papa definiva: “Sola arte strazzariae seu cenciariae, ut vulgo dicitur, contenti”. Nel giro di due mesi vennero eretti i muri e sprangate le porte sotto la direzione di Silvestro Peruzzi, figlio del grande architetto Baldassarre Peruzzi. Nasceva così la grande prigione urbana o, come lo chiamavano allora, “il serraglio degli ebrei”. Per mille e cinquecento anni gli ebrei romani avevano vissuto, più o meno bene, lungo il fiume. Ora dovevano rintanarsi in uno dei luoghi più malsani della città. L’unica risorsa di acqua potabile del ghetto era una fontana situata in piazza Giudea, fuori dei confini del recinto. I cancelli erano sorvegliati da una sentinella (pagata dagli ebrei) e nessun israelita poteva allontanarsi dal ghetto di notte se non voleva essere gravemente punito. Il rischio di subire lo straripamento del vicino Tevere era una minaccia costante anche perché allora, a differenza di oggi, le case si sporgevano fin sugli argini. A chiuderlo ci penserà il 17 aprile 1848 il papa Re. Una chiusura che non significava certo l’emancipazione degli ebrei, che arrivò solo ventidue anni più tardi, con quel 20 settembre che spalancò Porta Pia.

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“Il Ghetto è un loco al Tevere vicino/ Da una parte, e dall’altra a Pescaria/ E’ un recinto di strade assai meschino,/ Ch’è ombroso, e renne ancor malinconia” cantava appena compassionevole Meo Patacca. La struttura urbanistica di ciò che resta del Ghetto comprende edifici molto diversi: la chiesa dedicata a san Michele Arcangelo, più nota come Sant’Angelo in Pescheria, il portico d’Ottavia, il tempio di Apollo Sosiano, il teatro di Marcello e quello, appunto, che resta della zona del Ghetto. Oggi non riesci a riconoscere nulla o quasi nulla delle vecchie topografie. Ha proprio ragione Michela Procaccia, il Ghetto antico è stato trasfigurato. Solo se ti incammini per via della Reginella o in un paio di strade lì dietro, se passi lungo i muri stretti, dove non passa neppure la pioggia, ci sono intonaci rovinati, grate arruginite, portoni umidi e scale lunghe e strette che portano chissà dove. Senti ancora voci e si spargono odori e vagano nell’aria piccole musiche appena percettibili e bambini che piangono e donne che dicono di star zitti e uomini che gridano e giovani che scendono in fretta gli scalini rotti andando incontro alla sera e alla città. C’è il caso che ti prenda una prudente suggestione e appoggiandoti a un muro è come se sentissi il rischio di imbatterti nelle impronte di un’emorragia insanata. Poi sbuchi su Portico d’Ottavia e tutto cambia. La domenica mattina è un soggiornare di popolo misto, di giovani e di donne con le carrozzine, di anziani signori che fumano e parlano ad alta voce e di vecchie che si siedono fuori dai negozi, sui cigli dei ristoranti. Risorgono le ricette della cucina ebraico-romana, le tagliatelle Shabbat Beshalah, i calzonicchi, gli aliciotti con l’indivia e il cavolo ripieno per la festa di Simchat Torah. Poetava Crescenzo Del Monte (alla cui opera completa dei sonetti lavorano, tra gli altri, Michela Procaccia e Bice Migliau): “Io magno un dì più forte e un dì un po’ meno:/ perchìne, ‘un pasto bono e uno mezzano/ mantiè’, dice ’l proverbio ‘l’omo sano’/ e ’un rischi d’èsse mmai troppo ripièno”. La cucina ebraica è prevalentemente familiare, casalinga. Il ricettario è stato per secoli per lo più orale, affidato alla memoria, arricchito o impoverito da dimenticanze o fantasie.

Il Ghetto alla fine è un paesello che non ti aspetteresti e mentre qualche turista getta il suo sguardo avido, la gente oppone una sana indifferenza a qualsivoglia invadenza o invasione. “Se entri in un negozio e non ti riconoscono”, dice Procaccia, “hanno un certo tono. Quando poi gli dici ‘guarda che sono la figlia di…’ allora si accendono, si fanno subito familiari”. E’ il lato del carattere che molti goyim rimproverano agli ebrei, una qualche fredda diffidenza. (Se però i goyim studiassero la storia dell’ebraismo, la persecuzione della diaspora forse capirebbero qualcosa di più). Fatto è che negli ultimi anni il Ghetto romano ha conosciuto nuova vita, nuove energie. Si moltiplicano ristoranti e paninerie kasher e alimentari e negozi di Judaica. Il cibo, gli oggetti, tutto riporta a un’identità minacciata e solo di recente rivisitata. Appaiono, sui capi dei maschi, le kippot, segno di obbedienza e di umiltà di fronte all’Onnipotente.

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“Il Ghetto sta crescendo per diversi motivi”, spiega rav Carucci. “Intanto sono arrivati in città molti ebrei da fuori, soprattutto i tripolini e ciò ha segnato un innalzamento del livello di osservanza alle norme. Credo si possa anche dire che sia constatabile un elevamento culturale generale di tutta la comunità, mentre è cresciuta la comunicazione all’interno del mondo ebraico”. L’ebraismo romano ha capito di avere un problema di sopravvivenza, dice rav Carucci, “e l’argomento centrale è l’educazione. E’ lì che si gioca la sfida. Qui, in questa scuola, tutti si conoscono. I genitori dei nostri alunni sono stati a loro volta studenti della stessa istituzione. L’invischiamento è forte e assomiglia a quello delle scuole dei piccoli centri. Pensi che qui le bidelle vengono chiamate ‘zie’, come se si fosse davvero all’interno di una grande famiglia”.

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Una delle voci più cristalline ma anche abitate da inquieti fantasmi è quella di Giacoma Limentani che poi tutti conoscono come Giacometta, signora elegantissima nella sua semplicità compositiva, narratrice senza stanchezze e cultrice di Midrash, l’insieme di leggende e storie che la tradizione ebraica ha intessuto attorno ai testi sacri. Tra i tanti titoli di Giacometta “La spirale della tigre” (Giano editore) racconta molte cose del Ghetto romano, disegna molti angoli, riferisce di molti respiri. “Quand’ero ragazzina vivevo fuori dal Ghetto e ci andavo solo per le feste comandate. Durante la campagna razziale ci ritrovavamo in piazza ogni venerdì sera con le mie cugine e ce ne andavamo in sinagoga. La prima scuola ebraica era a Villa Celimontana, una villetta a due piani con il giardinetto. Poi ci trasferimmo alla scuola di lungotevere Sanzio dove c’erano le elementari, le medie e le superiori. Se mio padre aveva più legami con il Ghetto, mia madre – metà livornese e metà genovese – non risultava molto simpatica. Di lei dicevano che era ‘una giudìa con la faccia da chiusa’. I chiusi, lo sanno ormai i lettori di Alessandro Piperno, sono i non ebrei. Chiusi perché non circoncisi. E l’aggettivo sostantivato vale anche per le donne cristiane. La madre di Giacometta aveva però anche altri soprannomi. “La chiamavano ‘la regina Taitù’ perché dicevano che si desse un sacco d’arie. In effetti era molto elegante, sembrava un Boldini e non quagliava molto con la gente del Ghetto”. Dice che per lei il quartiere ebraico “è diventato come una madeleine, gonfio di sapori, di odori e di ricordi. Dopo la guerra stavo molto male di nervi e quando avevo attacchi di terrore andavo lì dove sapevo che il mio dolore e la mia angoscia avevano la possibilità di essere sentiti e capiti”. Ricorda anche le donne sedute sulle seggioline in mezzo alla strada. “Se mi fermavano mi chiedevano: ‘De chi famija sii?’. Piperno il cioccolataio non si vuole ancora convincere che sono ebrea. Mi dice: ‘Ma sei sicura che sei ebrea?’, ‘Certo’, gli rispondo io. ‘Mah…’, sbuffa lui perplesso”.

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“Quando una si sposa chiedono: ‘Contro chi si sposa quella?’. Capisci? Contro, non con”. Segno di saggezza profonda, vien da dire. In fondo è vero: si ama contro qualcuno, non qualcuno. “Io sono stata tra le prime donne ad andare a studiare al collegio rabbinico 37 anni fa”, rivendica fiera e gentile Giacometta Limentani. “Mi sono messa tra i ragazzini che dovevano fare bar mizvah”. Ma ora deve ammettere di vivere, anche nel Ghetto, “un senso di solitudine immensa e insopportabile, di estraneità”. China la voce quando parla della sua sconsolatezza, ma rapida torna nella vivacità del racconto di un dettaglio. “Nel Ghetto tutti hanno un soprannome. Un mio amico puntiglioso è conosciuto come ‘Scocciadiavoli’. Mio nonno era ‘di razza Piccione’, altri erano ‘di razza Scoccia’. I parenti di mamma erano ‘di razza Culareto’ perché camminavano dritti dritti e con il culo di fuori. Il ghetto è un punto sentimentale e di dolore, è una necessità di appartenenza che mi potrebbe sfuggire, io che non ho radici nel passato e non ne avrò nel futuro. Lì c’è tutta la mia radice e io mi sento un po’ un’intrusa”.

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“Chi non poteva permetterselo restava nella zona centrale di Roma, a via dei Giubbonari, a viale Arenula, fino a via della Conciliazione e a Trastevere allora quartieri più poveri”, spiega Michela Procaccia. “Si veniva al Ghetto a fare lo struscio. Ora gli ebrei sembrano voler tornare il che è segno di una ricerca di identità. Da bambino chi parlava in ebraico-romanesco veniva corretto ma negli ultimi due decenni le cose sono molto cambiate”.

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Sono scomparsi i fagottari, clienti che in trattoria si portavano il pasto in un fagotto e al tavolo s’accontentavano di ordinare il vino. Anche la lingua – quel giudaico-romanesco che si rincorreva di porta in porta, di negozio in negozio e di piano in piano – pare ormai sepolto negli archivi. Giri per il Ghetto di Roma e ti imbatti in segni che riconosci. In date che a dirle in giro fanno ancora calare una saracinesca di angoscia. Come quella del 16 ottobre 1943, che sulla facciata della Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arte a via del Portico d’Ottavia, quasi di fronte alla sinagoga, ricorda ai tanti turisti smemorati, alle frotte di giapponesi con le loro macchinette fotografiche digitali che “qui ebbe inizio la spietata caccia agli ebrei”. La “soluzione finale” per gli ebrei romani era partita il 24 settembre 1943 con l’ordine da Berlino di “trasferire in Germania” e “liquidare” tutti gli ebrei “mediante un’azione di sorpresa”. Il telegramma riservatissimo era indirizzato al tenente colonnello Herbert Kappler, comandante delle SS a Roma. All’alba si radunarono i camion e i soldati per la “Judenoperation”. Alle 5,30 del mattino, con in mano precisissimi elenchi con tanto di nomi e indirizzi delle famiglie ebree, trecento soldati tedeschi aprirono la caccia per i quartieri della capitale. L’azione fu capillare: nessun ebreo doveva sfuggire alla deportazione. Il Ghetto fu perlustato portone dopo portone, ogni casa messa per aria, ogni terrazzo indagato con uno scrupolo e una diligenza senza pari. Uomini, donne, malati e vecchi, bambini e perfino appena nati: tutti fatti salire a forza sui camion verso una destinazione sconosciuta. Alla fine il bottino delle SS contò 1.022 ebrei romani. Due giorni dopo i prigionieri vennero caricati su un convoglio composto da 18 carri bestiame in partenza dalla stazione Tiburtina. Il 22 ottobre quel treno giunse al campo di sterminio di Auschwitz. Di mille deportati, ne tornarono in tutto quindici tra i quali una sola donna e nessun bambino.

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Un cartello indica “Sabra-Kosher”. Sabra è chi sia nato in Israele e nel negozio si vendono cibi “secondo le regole alimentari ebraiche” sotto la supervisione garante del Rabbinato. L’isolato compreso tra i due vicoli, dipinto in rosso, corrisponde all’edificio inserito nel perimetro del Ghetto a partire dal 1825, sotto Leone XII, per intervento dei banchieri ebrei Rothschild che con cospicui prestiti avevano aiutato le casse pontificie. A due passi – del resto tutto qui è a due passi – il Ponte Quattro Capi, detto anche “Pons Judaeorum”, si getta sopra il Tevere verso l’Isola Tiberina. Sull’isola, nei locali dell’antico ospedale ebraico, ora adibiti ad ambulatorio, in due stanze ha trovato spazio la “sinagoga dei giovani”. Negli spaventevoli nove mesi di occupazione nazista era qui che gli ebrei venivano a pregare, pur rischiando la vita. E nell’ospedale dei Fatebenefratelli furono ricoverati e curati i trentacinque ebrei gravemente feriti nell’attentato terroristico compiuto da membri dell’Olp nel 1982. In quell’episodio, terribile per la comunità ebraica romana, rimase ucciso Stefano Taché, un bambino di due anni, ricordato ora su una piccola lapide presso la sinagoga.

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Già, la sinagoga. La sua cupola così distinguibile per essere, a differenza delle chiese cristiane, non ornata da croci ma invece mozza. A Roma la chiamano per lo più tempio, perché sostituì quello vecchio incendiatosi nel 1893. Il tempio che ora vediamo fu opera di due architetti gentili, Armani e Costa, che la costruirono nel 1904 quando ancora la comunità non poteva contare su architetti propri. L’inaugurazione fu solenne e anche se oggi in città vi sono altre cinque sinagoghe sparse nei vari rioni, il tempio maggiore è il luogo di culto più frequentato. Fors’anche il più amato. Lo stile è un misto di Liberty e di arte babilonese, con evidente richiamo all’origine mediorientale dell’ebraismo. Non porta immagini, solo simboli: la menorah, le tavole della Legge, i “lulav”. Le scritte in ebraico sono quasi tutte versetti della Scrittura che esaltano la sacralità del luogo.

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Dice Giacometta: “Il pettegolezzo del Ghetto è determinato dalla necessità di conoscere le persone con cui si tratta, sapere se ci sono radici in comune. Se entri in un negozio non ti fanno mai una domanda diretta ma parlano con l’aria di chi sa già. Eppoi i matrimoni combinati! Le sensali possedevano una vera e propria arte. Alla fine le unioni che provocavano hanno dimostrato vita più lunga di quelle create dall’amore. Del resto la sensale valutava il livello sociale e culturale delle famiglie, se la ragazza era bella o bruttarella, se aveva una dote o se era una poveretta. L’uso delle sensali metteva al riparo dal pericolo di matrimoni misti, e dal rimanere zitelle o zitelli. E’ uno dei tratti tipici degli ebrei quello di essere ‘casalmentieri’, che in spagnolo vuol dire qualcuno che cerca di far famiglia agli altri. Un tempo a Roma una ragazza ebrea doveva avere ‘casa armata e buco aperto’… Perché ridi? Ma che vai a pensare? Macché, ‘casa armata e buco aperto’ vuol dire che doveva avere casa arredata e negozio avviato”. Ride anche lei, Giacometta Limentani, ride e dal fondo viene a galla un’amarezza che pare quella che in alcuni giorni di vento forte e ghiaccio avvolge il Ghetto. Ma forse è solo suggestione.

ANNO X NUMERO 102 – PAG V IL FOGLIO QUOTIDIANO SABATO 30 APRILE 2005