Ebrei della legge, ebrei del sentimento, anche a Trieste (2) | Kolòt-Voci

Ebrei della legge, ebrei del sentimento, anche a Trieste (2)

Rigidità o flessibilità? Semplicemente rispetto delle regole

Mi fa molto piacere vedere come il nostro mensile sia diventato uno strumento di discussione e di confronto fra gli iscritti, ma, avrei altrettanto piacere che la partecipazione alla vita Comunitaria non sia semplicemente limitata a lanciare critiche che a volte non sono costruttive, come dovrebbero esserlo mentre contribuiscono a creare polemiche che poi non producono assolutamente nulla. Con ciò, credo che la tua esperienza tanto imbarazzante da farti prendere quella “sofferta” decisione di non offrire il Kiddush per festeggiare la tua laurea, sia l’esempio pratico di chi non ha capito lo spirito d’appartenenza ad una Comunità. Essere ebrei non è facile, per noi la Comunità è come la famiglia in cui uno nasce, non si sceglie, la si ama con tutti i difetti. Chi la dirige e amministra e prende decisioni così “rigide” lo fa in buona fede, nell’interesse comune e nel rispetto di tutti anche di quelli che credono che il solo essere ebrei o avere qualche ascendenza dia loro molti diritti e pochi doveri. Per doveri intendo per esempio, il solo partecipare alla vita Comunitaria, contribuire svolgendo qualche piccolo incarico, aiutando qualche istituzione come tanti di noi fanno volontariamente oppure semplicemente frequentando il Tempio per fare il minian.

Ognuno di noi può dare un piccolo contributo, ma se questo contributo è limitato ad una lettera allora vuol dire che il senso d’appartenenza alla nostra Comunità non c’è e il problema non è nella Comunità ma nell’individuo che non ne sa accettare le regole. Molte volte ho visto persone che alle prime divergenze con la Comunità hanno preferito criticarne l’operato mantenendosi lontano da essa senza esporsi in prima persona e poi sparire. Nel tuo caso caro Edoardo più volte se non sbaglio sei stato invitato a partecipare come giovane a varie attività, non ultima quella della sicurezza che tu critichi tanto da farti addirittura vergognare di far parte di questa Comunità. Durante i rigidi sabati mattina ci farebbe comodo qualcuno che possa alleggerire i turni che fanno i nostri volontari, ma forse preferisci fare da ”guida”. E’ facile criticare scrivendo su un pezzo di carta, peccato tu non lo abbia fatto approfittando dell’Assemblea Comunitaria; sarebbe stato interessante sentire l’opinione anche d’altri iscritti. In tutte le Comunità esistono delle regole, parola grossa che evidentemente non ti piace, ma che contribuiscono al normale svolgimento della nostra vita quotidiana e sono proprio queste regole, che si voglia o no, a far sì che una società o Comunità possa continuare ad esistere.

Anche la nostra religione è fatta di regole. Le mitzvot sono regole di vita che siamo liberi di praticare ed accettare ma non per questo ci sogniamo di modificarle perché uno si sente laico. Se tu vivi il tuo Ebraismo attraverso quel “forte” legame con le tradizioni del nostro Popolo allora gradirei che mi spiegassi magari nel prossimo numero quali siano. Se poi la nostra Comunità non ha saputo trasmetterti quel senso di familiarità e d’appartenenza che in altre hai riscontrato, magari per periodi molto brevi, allora credo che la tua idea d’appartenenza ad una Comunità sia molto limitata e materiale. A quali ultimi periodi ti riferisci quando rilevi il peggioramento della situazione? Non ricordo di averti visto molto spesso, tanto meno negli ultimi dieci anni, né credo tu abbia mai partecipato a nessun’attività giovanile e non penso che lo studio o il lavoro giustifichino tale assenza perché tutti siamo impegnati, quindi con quali parametri esprimi i tuoi giudizi? Continui a citare la nostra tradizione storicamente laica nella quale evidentemente ti riconosci, ma allora mi chiedo perché non ti confronti apertamente con gli altri partecipando alle varie attività e dando la tua collaborazione? Seppure io non sia un ebreo osservante credo giusto che la nostra Comunità continui ad osservare quelle regole che hanno mantenuto vive le tradizioni ed hanno permesso che il nostro popolo non si estinguesse com’è accaduto a tante altre civiltà del passato.

Quanto poi al fatto che gli addetti al servizio di sicurezza ti abbiano impedito di far entrare due tuoi “amici” americani di venerdì solamente per visitare il Tempio essi si sono semplicemente attenuti alle disposizioni ricevute, poiché di Shabbat le visite turistiche non sono ammesse. Se i tuoi amici ebrei volevano entrare per la teffillà credo che non avrebbero incontrato nessuna difficoltà, ma per rispetto e soprattutto per sicurezza durante le teffiloth il turismo non è ammesso non solo qui da noi a Trieste, ma in tutte le altre Comunità italiane ed europee. Evidentemente anche il servizio di sicurezza non ti va bene come è organizzato, allora ti invito a farne parte e a dare i tuoi consigli, magari prendendo freddo per quattro ore un bel sabato mattina di questo inverno; oppure non sono cose che ti interessano? Esiste una procedura che ovviamente da poco frequentatore non conosci; non basta aver conosciuto occasionalmente delle persone per poterne poi garantire l’identità; in altre occasioni per richiesta di turisti israeliani con tanto di telecamere e macchine fotografiche è stata applicata la stessa regola. Quindi sentimenti, serenità, senso di appartenenza nulla hanno a che vedere con quanto tu affermi, ma solamente con qualcosa che si ha dentro fin dalla nascita.

Apprezzo che tu non voglia offendere nessuno e neanch’io lo desidero, sono soltanto le mie personali riflessioni. Le regole sono meno importanti delle persone, però aiutano le stesse a vivere all’interno di una società; quanto ai sorrisi ti invito a venire nella nostra scuola a vederne tanti.

Armando Caimi

Togli un mattone oggi, togli un mattone domani…

Ho avuto modo di leggere sugli ultimi Jarchon alcune lettere che evidenziavano un certo malessere da parte degli scriventi correligionari in merito ad alcune prese di posizione relative al culto. Non posso fare altro che essere d’accordo con quanto affermato da Rav Piperno nel suo intervento di risposta all’amico Mauro. Del resto se non fosse per l’osservanza rigida dell’Halachà e delle Mitzvot, il Popolo Ebraico si sarebbe estinto già molti secoli fa; quindi secondo me è proprio grazie a questa rigidità che esso continua a vivere e ad affrontare le difficoltà che ogni giorno si presentano sul suo cammino. Dal momento che le Comunità Ebraiche Italiane hanno l’etichetta di “Orthodox” è naturale che le decisioni e le indicazioni dei rabbini capi seguano questa etichetta. Come sappiano dove ci sono due ebrei ci sono tre opinioni. Se uno non si identifica con questo tipo di pensiero può tranquillamente iscriversi ad una Comunità conservative o reform!

Criticare è lecito ma anche molto facile, pertanto a mio avviso è opportuno fare delle critiche che siano costruttive e non solo demolitive perché solamente attraverso le prime si riusciranno a migliorare aspetti della vita comunitaria che devono essere “sanati”. Del resto un problema che ogni tanto si fa sentire, è quello relativo alle visite al Tempio prima o durante lo Shabbat. Come qualsiasi luogo di interesse culturale anche il nostro Tempio ha dei giorni e degli orari di visita. E questo vale sia per un ebreo che per un goi. L’episodio che citi, caro Edoardo, mi trova in disaccordo con te. Sapendo che era vigilia di Shabbat quei due ragazzi americani avrebbero potuto partecipare alla funzione di Shabbat e non fare del semplice turismo. Qui non si tratta di ottusità e di rigidità che allontana le persone. Si tratta di semplici regole che il buon senso richiede siano rispettate. Al contrario tuo non avrei avuto motivo di vergognarmi, anzi avrei dato spiegazione di questo “rifiuto”.

Vorrei poi togliere qualche dubbio all’amico Philip relativo a perché figlio di madre ebrea sia ebreo. Una spiegazione di ciò la troviamo nel Trattato di Nashim, capitolo di Kiddushin 68b che commenta un versetto della Torah (Devarim, 7:4). Ma per non dilungarci troppo su questo argomento ecco la spiegazione che viene data dal Rebbe di Lubavitch z”l: L’essenza di un ebreo è la capacità di essere altruista, di sacrificare se stessi per D-o o per un altro ebreo. La capacità di sacrificare se stessi è derivata dall’anima ebraica che è una con D-o e con tutti gli individui ebrei. Le donne per natura sono più altruiste, preoccupate di allevare e curare, dando energia e pazienza nell’allevare i loro bambini. Di conseguenza l’ebraicità dipende interamente dalla madre.

Daniel Chaim

Dalla rivista Iarchon