Ebrei della legge, ebrei del sentimento, anche a Trieste | Kolòt-Voci

Ebrei della legge, ebrei del sentimento, anche a Trieste

Dal giornalino della comunità ebraica (Iarchon) la solita questione della berakhà “mista” di Kippur vietata dai rabbini “intransigenti”. Il rabbino risponde ma gli spiriti liberi non demordono e fanno l’occhiolino ai riformati.

Cari amici, è il secondo giorno di Rosh a Shanà, sono le ore 10 circa, non dovrei essere al computer a scrivere queste righe; questa mattina mi sono svegliato per andare al tempio ma non me la sono sentita. Non so cosa verrà fuori da questa mia lettera, conoscendo la nostra Comunità temo che ci saranno alcune persone che mi toglieranno il saluto ed altre che forse prenderanno le mie difese ma una cosa è sicura, il piccolo sasso che lancio farà molti cerchi ma se nessuno comincia……. a che serve lamentarsi? La mia speranza è che nessuno si senta offeso e che venga capito lo spirito fraterno e costruttivo con il quale mi accingo a scrivere. Sono una persona che di Halacha sa ben poco; fin da piccolo mi è però sempre stata insegnato che l’Ebraismo sublima il concetto di famiglia, di amore tra i coniugi, di amore incondizionato verso i figli. Io, come tutti sanno non ho figli e sono quindi la persona meno indicata a parlare ma non posso stare zitto.

Ogni Comunità ha le sue peculiarità ed un suo “grado di ortodossia”, è ben chiaro credo a tutti che nella nostra piccola realtà ci sono pochi elementi rigorosamente legati ad una ortodossia halachica ed una grossa maggioranza di ebrei tradizionali. Per ebrei tradizionali intendo delle brave persone profondamente legate alle loro radici ebraiche, orgogliose della loro appartenenza ma che per raggiungere la sinagoga di Shabbat prendono la macchina e la parcheggiano a qualche isolato di distanza dal tempio e vanno a bere un caffè con gli amici dopo la funzione scegliendo però il bar dietro all’angolo per non urtare i correligionari più ortodossi. Ieri un padre di famiglia desiderava dare la Berachà alla sua famiglia, si è recato nel corridoio laterale del tempio ed ha preso sotto il suo Talled le persone amate. Una scena alla quale siamo stati abituati per anni; personalmente mi ha sempre colpito nel profondo del cuore, la trovo spontanea, un alto gesto di amore verso la propria compagna di vita e verso il frutto di quest’unione, nel mio intimo ho sempre provato un po’ di invidia (del tutto positiva per carità) per queste persone che avevano qualcuno a cui dare la benedizione dei Kohanim. Durante questo momento di amore familiare ho notato, ed anche questo non è una cosa nuova, lo sdegno sui volti dei nostri rabbini i quali si sono subito prodigati a bloccare questo gesto. Io non so quale sia la regola halachica che vieta tale azione (sicuramente ce n’è una) ma di una cosa sono certo, che a Dio, un padre che prende i figli e la moglie sotto il suo Talled non può che piacere!

Siccome sono una persona pratica, ora passo ad analizzare le possibili conseguenze di atti come questo. La fisica ci insegna che un corpo immerso in un liquido riceve una spinta dal basso verso l’alto pari al peso del liquido spostato. Qualcosa di analogo deve probabilmente avvenire anche nel nostro cervello quando riceviamo un rimprovero che reputiamo ingiusto a fronte di un’azione che ci viene dal cuore e che rende felici le persone che amiamo e non nuoce agli altri. Se quel rimprovero fosse stato fatto a me, mi sarei sentito profondamente offeso e non mi sarei più fatto vedere al tempio. In effetti la sola vista della rabbia sul volto dei nostri rappresentanti religiosi ha fatto sì che io, che non ero assolutamente coinvolto, impacchettassi il mio Talled e me ne andassi prima di sentire l’ultimo suono dello Shofar. Non possiamo lamentarci se il tempio è vuoto, se vediamo più ebrei in Corso Italia o a Barcola che non in via San Francesco di Shabbat. Siamo già così pochi che non possiamo permetterci di perdere altre persone; il mio appello è proprio questo, mettiamoci tutti una mano sulla coscienza e tentiamo di evitare la spaccatura, lasciamo che le persone agiscano secondo la loro coscienza. Se tutti i nostri correligionari si sentissero a casa loro in famiglia quando si recano al tempio non avremmo più così tanti sedili vuoti…………. Spero di non aver urtato nessuno con questo mio sfogo, i rabbini non me ne vogliano ma credo che le cose vadano dette perché in caso contrario si alimenterebbero rancori ed incomprensioni che non porterebbero a nulla di buono. Un abbraccio a tutti

MT

UN TALLET PER TANTE GENERAZIONI

Caro Mauro,

numerosi e complessi sono gli interrogativi che i nostri Maestri si pongono sulla Birchat Cohanim, tanto da abbracciare un intero volume di recente pubblicazione, chiamato “Khappei Chaiim, le palme delle mani che donano vita”. Ti ringrazio quindi per l’occasione della tua lettera per chiarire quali motivi impediscano di stare “insieme sotto il Tallet”. Il pensiero ebraico insegna proprio nella Parashà di Rosh HaShanà che occorre saper trattenere i propri sentimenti, non certo per “soffrire” o “autoflagellarsi”, ma per educare se stessi e la propria discendenza al bene superiore della Parola divina. Ad Abramo non doleva forse di separarsi da Agar e dal figlio Ishmael? Non sarebbe stato più bello e forse più umano mantenere l’unità “familiare”, con figli di mogli di diverse origini, indole e matrimoni per accrescere ancora di più il numero dei seguaci di Abramo?

Se gli ismaeliti fossero ebrei, saremmo oltre mezzo miliardo, la comunità della nostra regione conterebbe oltre tremila iscritti! Perché occorre separarci dagli altri, perché questa separazione proprio nel Beth HaKeneseth? La risposta è molteplice ed innanzitutto vuole dare la stessa dignità ad uomini e donne: perché mai la moglie dovrebbe “sottomettersi” alla benedizione del marito, perché togliere alla madre il piacere di benedire le figlie? Inoltre la Birchat Cohanim è una parte della Tefillà, anzi una parte dell’Amidà; non è violenza privata privilegiare il sentimento spesso occasionale di qualcuno che viene in tempio poche volte l’anno di fronte a chi vuole ed ha il diritto di pregare in un pubblico secondo le norme della Torà?

Come tu dici giustamente, l’ebraismo sublima il concetto di famiglia, di amore coniugale, di amore incondizionato verso i figli. Il vero Santuario della famiglia non è il Tempio, ma la casa, anzi più specificatamente la tavola sabbatica, vera fonte di benedizione “ad imbuto” dall’alto dei cieli. Ha- Shem, quando vede la famiglia e l’amore intorno alla tavola sabbatica, impartisce nel Santuario nascosto la vera benedizione. Per questo è consigliato di impartire la benedizione ai figli, maschi e femmine, subito dopo il Qiddush, con le parole “Il Signore ti ponga come Efraim e Menashè, come Sara, Rivqà, Rachel e Lea”. Gli uomini possono essere sicuri del proprio ebraismo solo quando hanno nipoti ebrei, a differenza delle donne che lo trasmettono per via naturale. Ci domandiamo allora la Birchat Cohanim che valore abbia se è impartita dagli uomini per un pubblico separato; Proprio la scelta della discendenza di Aharon, che si è mantenuta pura attraverso le generazioni ribadisce il concetto di santità della famiglia. Purtroppo la dimensione diasporica ci impedisce di cogliere il valore “quotidiano” di questa Mizvà, il precetto positivo di benedire il popolo ebraico, come avviene invece in Erez Israel dove la Birchat Cohanim viene impartita ogni giorno. Per questo la berachà non è stata caricata di significati esteriori ed emotivi “occasionali”, ma si svolge normalmente come altre parti della preghiera. E’ solo una tradizione coprirsi con il tallet, ma non è assolutamente obbligatorio.

Una persona sola, se ancora non ha moglie può tranquillamente prender parte alla beracha’ senza essere avvolto dal tallet, proprio o altrui: Perché volerlo fare contro la Torà solo per alcuni secondi all’anno? A chi serve? A mettere in pubblico la propria intimità? A creare divisioni nella nostra comunità? Questa è la nostra vera preoccupazione. Quando qualcuno va all’estero e non può orgogliosamente affermare di venire da Trieste, perché siamo fuori del popolo ebraico, perché mai dobbiamo “importare” un Cohen da Israele se non siamo stati capaci di attirarne uno con le ragazze di questa comunità? Questo è il vero amore di un padre per sua figlia: agire quotidianamente e coerentemente affinchè faccia matrimonio ebraico con la nobiltà d’Israele, che sono i nostri Cohanim. Se saremo capaci di amare veramente le nostre famiglie e la nostra comunità, tanto da aiutare ogni altro ebreo a salire un po’ di più nello studio e nell’azione (e non solo nell’emozione), con le giuste parole di incoraggiamento e non di rimprovero, allora non assisteremo più a sedili che restano vuoti. Ciò non avviene per un tallet in meno, ma per tanti matrimoni misti che prediligono l’amore e l’emotività ad un tallet duraturo che si estende per tante generazioni nella strada del Signore, dell’amore per Israele e per la Torà.

Con gratitudine

Rav Umberto Piperno


RIGIDITA’ O FLESSIBILITA’

Ho letto con vivo interesse l’intervento di Mauro Tabor dello scorso Iarchon. Ammiro Mauro per il coraggio di scrivere per primo ciò che credo in realtà tanti pensano ma non dicono. Non dicono forse per paura o più semplicemente per pigrizia o menefreghismo. Io stesso mi metto tra coloro che non hanno mai parlato per pigrizia e perché, in fondo, non mi sento così legato affettivamente a questa Comunità. Ciononostante, soprattutto per rispetto nei confronti di Mauro, affinché la sua voce non rimanga un caso isolato, ho deciso di esporre anche io la mia idea. Comincio col dire che concordo in toto con il pensiero di Mauro e non per una presa di posizione irrazionale ed immotivata. Come molti di voi sapranno, non sono un assiduo frequentatore del Tempio né delle istituzioni della Comunità e questo non certo perché non mi sento Ebreo o perché non mi sento vicino all’Ebraismo. Lo sono e vivo il mio Ebraismo attraverso un forte legame con le tradizioni del nostro Popolo. In passato ho frequentato la Comunità e le Sue istituzioni, ma non sono riuscite a trasmettermi quel senso di familiarità che ho invece riscontrato in altre Comunità che ho visitato. Ritengo che negli ultimi anni la situazione della Comunità triestina sia peggiorata sensibilmente. Le posizioni di chi regge la vita della stessa si sono irrigidite, venendo a scontrarsi, come in un muro contro muro, con la nostra tradizione storicamente laica. Le persone che dovrebbero, più di altre, avvicinare la gente al Tempio ed alle istituzioni non fanno altro che allontanare.

L’episodio citato da Mauro è solo uno dei tanti. E per non lasciare nulla all’immaginazione e affinché le parole non rimangano parole, voglio citare anche io un episodio accaduto nel lontano (ma non troppo) autunno del 2001. Nella primavera dello stesso anno ero stato a Washington. Proprio nella capitale americana ero venuto in contatto con la comunità ebraica locale, partecipando ad alcune funzioni dello Shabbath, in due comunità riformate. Tornato a Trieste ero pieno di entusiasmo e voglia di raccontare questa mia esperienza ebraica americana. Dopo qualche mese ecco l’occasione per sdebitarmi della calda accoglienza che avevo ricevuto nella comunità di Washington. Alcuni studenti universitari americani erano venuti in visita a Trieste durante un fine settimana. A me fu affidato, da un Professore universitario, il compito di accogliere questi studenti e di far visitare loro la città. Era un venerdì pomeriggio. Sarebbero rimasti a Trieste solo due giorni, il venerdì ed il sabato. Due di quei ragazzi americani mi confessano di essere Ebrei e di avere il desiderio di visitare la Sinagoga di Trieste. Non potete immaginare lo stupore e la gioia di quei ragazzi nell’apprendere che anche io fossi Ebreo e che non ci sarebbe stato nessun problema a visitare la Sinagoga. Eravamo in quel momento in Piazza della Borsa. Mi dirigo con loro verso la Sinagoga, cominciando a raccontare un po’ di storia della nostra Comunità e di come sia bello il nostro Tempio. Arrivati davanti all’entrata del Tempio piccolo mi trovo schierato il sevizio di sicurezza. Esprimo il desiderio di far entrare con me i miei due amici americani, giusto 5 minuti, il tempo di far vedere loro il Tempio grande e la sua monumentale cupola dorata. E là la doccia fredda. Non possiamo entrare in quanto da lì a 20 minuti sarebbe cominciato Shabbath, non propriamente giornata ideale per fare del turismo spicciolo. Non potete immaginare come mi sia sentito. Ho provato un imbarazzo che forse mai avevo provato prima. Mi sono addirittura vergognato di appartenere ad una Comunità in cui facevano parte persone del genere.

Tale rigidità e ottusità allontana le persone. In quel momento ho preso la sofferta decisione di non offrire il Kiddush per festeggiare la mia laurea, ottenuta proprio la settimana precedente. Finché la nostra Comunità verrà retta da persone che non sono in linea con la nostra tradizione non ortodossa vedremo, anzi, vedrete, sempre meno persone al Tempio. E questo è triste. Perché vi assicuro che io sarei il primo a ricominciare a frequentare la Comunità vedendo in essa meno rigore, maggiore serenità e soprattutto più sentimento. E credo che come me si comporterebbero molte persone.

Vogliate perdonarmi se questo sfogo ha annoiato o offeso qualcuno. Non era mia intenzione offendere nessuno. È solo un mio pensiero, sul quale però ritengo sia importante riflettere. La tradizione vuole che il popolo ebraico sia il popolo delle domande alle quali cerca sempre una risposta. Ebbene, perché il signor Rabbino non si domanda come mai sempre meno persone frequentino il Tempio? La risposta non credo sia così difficile. La cosa difficile è invece porsi la domanda e fare autocritica. La Comunità è fatta di persone e non di regole. A volte le regole sono meno importanti delle persone. Perché regalare un sorriso a volte può essere una mitzvà più grande che rispettare rigidamente una regola.

ET

ALCUNI DUBBI

Caro Mauro.

Tu sai che non andiamo d’accordo su parecchie cose, ma certamente su una siamo perfettamente in sintonia: il nostro comune amore e rispetto per l’Ebraismo che ci fa superare tutte le nostre differenze. Nonostante tu sia un “praticante”, mentre io sono un “laico”. Mi ha fatto piacere leggere il tuo contributo inviato a Iarchon, anche perché, in qualche maniera, dimostra quanto è lontano il pericolo che il nostro giornale diventi un arido “bollettino parrocchiale”. Io sono un gran ignorante in cose ebraiche, lo ammetto: A fatica leggo l’ebraico, cosicché quando gli altri sono già alla fine di un brano del libro delle preghiere, io sono solamente alle prime righe. Poi, cerco di “raggiungere” gli altri saltando capoversi e fissandomi su alcune parole decifrate a colpo d’occhio; e aspetto che queste vengano pronunciate dall’officiante. Insomma, partecipare alle funzioni in sinagoga è per me un imbarazzo. Non so mai dove mettermi, dato che sui banchi ci sono le targhette coi nomi dei correligionari “abbonati”, ed io mi devo trovare un posto libero, sempre col timore di venir, se non scacciato, guardato in malo modo per l’usurpazione di posto. La mia famiglia “pendeva” verso quel tipo di Ebraismo ungherese che farebbe storcere il naso all’appartenente meno ligio all’Ebraismo italiano, ed era in un certo senso “assimila-Zionista”, come soleva scherzare mio nonno, giocando con le parole. Ma nemmeno questo suo atteggiamento verso l’Ebraismo è riuscito a salvare mio padre dalla Shoah.

Oggi noi piangiamo i nostri Morti, siano essi stati religiosi, laici o anche ebrei non riconosciuti dalla Hallachà. Vedi, Mauro, ci sono cose dell’Ebraismo nostrano che mi è difficile digerire. Per esempio, che debba essere considerato ebreo colui che è di madre ebrea. Puoi immaginare il mio dispiacere di non aver potuto, sic et simpliciter, trasmettere ai miei figli il diritto di essere ebrei. Eppure si sentono in qualche modo coinvolti nell’Ebraismo. Sì, certamente, ho cercato di trasmettere loro un po’ di concetti etici e sono certo che se li porteranno appresso per tutta la loro vita. Ma in questa città non saranno mai riconosciuti come ebrei, perché non riconosciuti tali dall’Ebraismo italiano. Oppure mi è difficile capire la separazione tra donne e uomini alle funzioni, dato che non credo assolutamente ad un eterno, immutabile ruolo differenziato tra i sessi, se non quello biologico. Da quando furono scritti i Libri, ne è passato del tempo. Ma per questo non mi sono nemmeno sognato di lasciare la nostra Comunità, e magari di trasmigrare tra i riformati.

Una volta mi hanno detto che se la nostra fosse una Comunità riformata, il giorno dopo avremmo avuto duemila iscritti. Penso che sia proprio così. Oggi la nostra Comunità conta meno di seicento membri, e questi seguono, per quanto riguarda il tasso di natalità e l’età media, il trend demografico di tutta la città. Il futuro della nostra città è piaccia o non piaccia – nell’immigrazione di nuova popolazione, così come il futuro della nostra Comunità potrebbe e dovrebbe essere nella venuta di nuovi ebrei nella nostra città. Altroché l’Alià! Questa ci dissanguerebbe! Ma chi, pensandola come me, ha il coraggio di dichiarare questo? Così detta, l’accoglienza di ebrei “esterni” sembra un’idea balzana; ma se pensiamo che la nostra Comunità ha già oggi tutte le strutture per un salto di qualità, e quantità, di questo genere, forse sarebbe il caso di pensarci su. Insomma, l’alternativa per non scomparire è: O un Ebraismo riformato (duemila iscritti) o un Ebraismo “classico”, severo, come quello odierno, ma che sappia accogliere nuovi venuti (magari con le carte di ebraicità non in regola) e preparare i loro figli a divenire ebrei secondo la Tradizione. Sinceramente, questa seconda alternativa mi sembra meritevole di un nostro pensierino…

Questi sono i grandi temi dell’Ebraismo triestino. Non certamente l’”increscioso incidente” col talled. Da “laico”, anch’io la penso come te che la “deviazione” col talled sia una bella tradizione triestina. Ma io “non faccio testo”, dato che sono laico. La nostra Comunità si è scelta dei rabbini che la pensano differentemente. Vedi, non posso, non ho il diritto, di entrare nella disputa sulla preclusione del sacerdozio alle donne nella Chiesa cattolica; e così non entro in questa disputa, dato che non ho elementi sufficienti per poter giudicare la conformità alle regole di questa bella pratica triestina. “A naso”, i nostri attuali rabbini potrebbero aver ragione hanno studiato per questo! E dal lavoro che fanno in Comunità, li ritengo preziosi, una risorsa per noi tutti. Poi, se in quella circostanza la loro reazione è stata sproporzionata, questo è un discorso che saprai tu, dato che eri presente. Ma se giudichi che la loro reazione non è stata delle migliori, da quanto scrivi su Iarchon, mi permetto di dubitare che il tuo gesto sia stato più saggio del loro; e soprattutto più costruttivo. Ma tant’è. Grazie, comunque, di aver gettato il sassolino nello stagno: E’ una buona cosa e indica che siamo ancora vivi…

Il tuo haver FP

NdR Abbiamo omesso i nomi che figuravano su Iarchon per rispetto della privacy. Il nome del rabbino è ovviamente di dominio pubblico.

Per ricevere Iarchon scrivete a info@triestebraica.it

Trieste, 17 settembre 2004