Crisi rabbinica a Quarto Oggiaro | Kolòt-Voci

Crisi rabbinica a Quarto Oggiaro

Valeriana Angius*

da Nuovi orizzonti della fede, Novembre 2004, per gentile concessione

“E’ stato difficile liberarsene, ma ora siamo più sereni e guardiamo con ottimismo il futuro” così commenta uno dei dirigenti comunitari –che vuole rimanere anonimo- la tormentata vicenda che ha portato al precoce licenziamento della rabbina e ha aperto una crisi al buio. Finisce così il suo mandato rabbinico nella vivace e litigiosa comunità ebraica di Quarto Oggiaro la cinquantenne Addolorata Pacelli. Donna di aspetto minuto, ma di spiccata personalità, non priva di civetterie femminili a stento tollerate dalla sua compagna (“trovo di pessimo gusto l’accostamento di colori sgargianti nella sua Kippà- il tradizionale copricapo- ad uncinetto” , così sembra avesse commentato imbarazzata in occasione di una manifestazione pubblica; “e poi, quel fiocco rosa sul lulav –il ramo di palma della festa delle Capanne- ce n’era proprio bisogno?”).

La Pacelli, originaria del Sannio (Benevento), terra ricca di genuine e vive tradizioni ebraiche, aveva riscosso un iniziale consenso nella comunità dell’hinterland milanese, presto offuscato da gesti discutibili. Vivo scalpore aveva suscitato il suo comportamento quando la comunità aveva deciso di accogliere fraternamente, ospitandolo nella Sinagoga per i servizi religiosi, un gruppo di profughi afghani, arrivati in Italia per sfuggire alle persecuzioni antireligiose della coalizione occidentale occupante. In segno di solidarietà per gli ospiti la Pacelli si era affrettata ad indossare il tipico copricapo etnico maschile, cosa che le era costata una pesante lavata di capo sia metaforica, che reale: “c’è un limite al politically correct” aveva detto indignato il presidente della comunità, “un vero rabbino avrebbe dovuto indossare il burka con grata a forma di menorà”. La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stato il maldestro tentativo della rabbina di imporre nello statuto comunitario una nuova norma sul diritto di iscrizione: almeno il 10% avrebbe dovuto essere di origine ebraica, con un genitore biologico ebreo.

Il giro di vite rigoristico non è stato gradito dalla comunità che in un’infuocata assemblea ha deciso di farla finita con lo scomodo personaggio. La tesi più ricorrente nelle proteste: “Se si dà spazio al razzismo biologico dei tradizionalisti il senso di unità spirituale che ha sempre caratterizzato la comunità ebraica nella sua storia verrà messo in grave crisi. Non si può lasciare la leadership a personaggi tanto ottusi”.

Così mentre la Pacelli fa le valigie il consiglio della comunità si riunisce per definire l’identikit del candidato alla successione. Il consiglio rappresenta veramente le diverse anime di una comunità pluralistica. Ne sono membri di diritto il parroco della vicina Chiesa e il segretario della sezione dei DS adiacente alla Sinagoga (che viene sfruttata come sala polivalente nel corso della settimana, negli orari liberi dalle funzioni religiose: mensa per carnivori, culto buddista, cinema d’avanguardia e concerti di musica rap). Tracciare il profilo non è stato facile, ma alla fine è stato deciso di far prevalere l’aspetto della comunicazione sopra ogni altro: “Non importa che il rabbino sappia qualcosa, quello che conta è che lo sappia trasmettere con efficacia e convinzione. Le nuove generazioni sono assetate di conoscenza e di fede”. In realtà l’identikit–così dicono personaggi bene informati- sembra fatto su misura su un giovane rabbino originario di Potenza, Cristiano Yehoshua Natali. Il giovane ha un curriculum di tutto rispetto: studi storici risorgimentali e impegno sociale in battaglie di grande importanza civile (memorabile quella per la difesa dell’albatros finlandese).

L’abbiamo raggiunto per telefono egli abbiamo chiesto di presentarsi. Spicca l’orgoglio per le sue origini “Dalle mie parti l’ebraismo è un’esperienza che si respira in casa e nelle strade, che si beve con il latte materno”. Com’è arrivata la vocazione rabbinica? “Ci sono dei momenti in cui le cose che ti succedono vanno interpretate come segni. Stavo vedendo in TV un programma sulla noia dei ricchi della Florida quando squilla il telefono e Addolorata, una vecchia amica (proprio la rabbina Pacelli) mi chiama e mi invita a cena da McDonald. Davanti a un cheese-burger mi fa: te la sentiresti di fare l’animatore del pensionato ebraico di Miami?. E’ stata una proposta irresistibile, ma lavorando mi sono reso conto delle carenze culturali. Non basta l’entusiasmo per fare il rabbino. E allora ho mollato tutto e mi sono iscritto al seminario rabbinico di Frascati. Aria buona, buon vino ma soprattutto tanto ebraismo genuino. Dopo un anno eccomi qua pronto a dirigere una comunità importante”. A lui sembra guardare proprio la comunità di Quarto Oggiaro, disposta persino a perdonargli l’amicizia con la Pacelli ma soprattutto le dichiarazioni esplicite di tendenze eterosessuali: è sposato con una giapponese scintoista da cui ha avuto quattro figli (sorride quando ne parla: “un numero simbolico, come nella haggadà di Pasqua. La religione dei bambini? C’è sembrato corretto non imporre niente. Sceglieranno da grandi. Così si costruisce una vera famiglia ebraica”).

Tra i programmi del candidato: chiusura dell’unico esercizio kosher (“un inutile sperpero, bisogna capire la differenza tra necessità e cultura”), riforma dei programmi di insegnamento nella scuola ebraica domenicale (“molto più inglese e internet: un ebreo cosciente non può essere ignorante”), gite “fuori porta” di sabato (“aggregazione prima di tutto, per santificare il giorno festivo”). Può riassumere il suo impegno in una frase? “Abbiamo bisogno di strumenti forti di identità ebraica per misurarci con le sfide attuali; sono gli unici mezzi per mantenere la continuità dei veri valori dell’ebraismo”.

*Non cercatela sui motori di ricerca. Non esiste.