Quello che dobbiamo al Risorgimento | Kolòt-Voci

Quello che dobbiamo al Risorgimento

Guido Fubini

Per chi non l’avesse capito, sono Guido Fubini, il “simpatico, arzillo narratore di barzellette” di cui parla Rav Somekh in “Marasha” del 14 novembre, senza tuttavia nominarmi esplicitamente per rispetto (della legge sulla privacy). Rav Somekh infatti mi ha fatto l’onore di partecipare alla magnifica festa che gli amici del Gruppo di studi ebraici di Torino hanno organizzato per i miei ottanta anni.

Devo però fare alcune puntualizzazioni perché il commento che il nostro Rabbino Capo ha fatto di tale serata contiene alcune imprecisioni.

Innanzi tutto io non sono “uno dei padri dell’ebraismo italiano del dopoguerra”: sono più semplicemente un iscritto alla Comunità ebraica di Torino che, insieme agli amici del Gruppo di Studi ebraici, si è impegnato in molte battaglie per l’ebraismo e per l’affermazione dell’identità ebraica. Incorre in errore Rav Somekh quando mi attribuisce il merito di essere stato “magna pars nell’articolazione dello Statuto”: lo Statuto dell’ebraismo italiano è stata una elaborazione collettiva interna alla Unione delle Comunità e alle diverse Comunità. La parte che io ho avuto, come membro della Commissione giuridica dell’Unione, ha riguardato la trattativa con la Commissione governativa per arrivare all’abolizione della legge del 1929 sui culti ammessi e della legge del 1930 sulle Comunità israelitiche e a un’Intesa fra lo Stato e l’Ucei in quanto rappresentante dell ‘ Ebraismo italiano.

E qui arriviamo alla battaglia per il diritto alla diversità, battaglia anche questa condotta insieme agli amici del Gruppo di Studi ebraici. Sbaglia il nostro rabbino quando dice “un difensore della diversità nell’ebraismo e fuori”: lo scopo che ci eravamo proposti, al contrario, era quello che agli ebrei venisse infine riconosciuto il diritto di essere se stessi, cioè dei diversi in seno alla società nella quale essi vivono, anziché il mero diritto a un’eguaglianza che cancellava la loro e le altrui specificità. Ma sembrano cose ormai così scontate che farei torto a Rav Somekh se volessi ancora approfondire con lui questa problematica.

Devo ancora ricordare a Rav Somekh, di cui ho sempre apprezzato la preparazione umanistica oltre che rabbinica,che Lissa e Custoza sono state due grosse batoste subite nelle guerre d’indipendenza e che quindi non mi sognavo di invocarne il “sacro ideal” . Devo essermi spiegato male.

Egli lamenta che “proprio il Risorgimento è stato , almeno dal punto di vista ebraico, una delle epoche più povere di ideali, in cui gli Ebrei correvano ad assimilarsi”. Rav Somekh non può ignorare le condizioni miserabili sia sul piano fisico che sul piano morale in cui vivevano gli Ebrei romani fino alla loro liberazione dal ghetto nel 1870 (documentate da Massimo d’Azeglio in un libro “Gli Ebrei sono uomini”, pubblicato da Lemonnier, Firenze , nel 1848 e da Emmanuel Rodocanachi in “Le Saint-Siège et les Juifs”, pubblicato a Parigi da Firmin-Didot nel 1891), condizioni che hanno impedito loro di dare un qualsiasi contributo alla storia ed al pensiero ebraico fino all’affermarsi degli ideali risorgimentali, così come non può ignorare l’insegnamento di Samuel David Luzzatto nè quello di Elia Benamozegh su “Israel et l’Humanité” , e che l’ “Autoemancipazione ebraica” preconizzata da Pinsker è all’origine del Sionismo e riassume ed estende al popolo ebraico gli ideali del Risorgimento italiano..

La visione storica di Rav Somekh non manca sicuramente di uno sguardo complessivo e prospettico : sono certo che non avrebbe mai auspicato che gli Ebrei rimanessero chiusi nei ghetti in attesa del ritorno in Eretz Israel. C’è una bella differenza tra lui e i revisionisti storici antiririsorgimentali di estrazione cattolica fondamentalista.

Su un punto sono pienamente d’accordo con rav Somekh ed è il rimprovero a me ed ad altri di non sapere l’ebraico. E’ certo una grave lacuna: per quanto mi riguarda il lavoro e l’impegno in campo ebraico non mi hanno lasciato il tempo per studiarlo. Me ne rammarico molto. Oggi sono troppo vecchio per imparare una lingua . Non voglio sminuire la mia manchevolezza ma posso chiedere: basta conoscere l’ebraico per essere un buon ebreo ?

Un’ultima cosa_: rav Somekh è stato così cortese da regalarmi per i miei 80 anni il volume “La dignità della differenza” del Rabbino Jonathan Sacks. A mia volta mi permetto di consigliare la lettura del libro “Un rabbin dans la Cité” del Gran Rabbino Gilles Bernheim (che il Gruppo di Studi Ebraici di Torino aveva invitato anni fa a un convegno internazionale su “Ebraismo e cultura europea del 900”) . E’ un rabbino ortodosso di grande cultura che racconta il suo impegno, proprio in quanto rabbino , nel contesto sociale di Parigi, tra ebrei e non. Sono sicuro che Rav Somekh condivide con rav Bernheim questo aspetto dell’insegnamento e della tradizione ebraica .

Ringrazio ancora Rav Somekh per tutta la sua attenzione nei miei confronti e per gli auguri che ricambio di cuore.

Avv. Guido Fubini

Caro rav Somekh,

lasciatelo dire in spirito di vera, costruttiva amicizia: questa volta hai proprio sbagliato misura.

È vero: Guido Fubini é un arzillo raccontatore di barzellette. Tra una barzelletta e l’altra è però forse anche la persona (non l’unica, ma forse più che altre) grazie alla quale agli Ebrei in Italia è riconosciuto il diritto di osservare lo shabbath e la kasheruth. Non ti pare più importante delle barzellette ?

Il risorgimento italiano è stato un’epoca di forti tendenze assimilazioniste per l’ebraismo? Sì, ma devi ricordarcelo? Lo sappiamo bene. Sul nostro “noto bimestrale ebraico torinese” lo abbiamo scritto centinaia di volte schierandoci, crediamo, dalla parte giusta. Sei un nostro attento lettore e lo sai bene.

Dici che nessuno sapeva l’ebraico. Intanto non é vero e lo sai: conosci molti degli intervenuti. E poi Yom Huledet Sameach é una scopiazzatura in ebraico moderno di Happy Birthday To You. C’è l’ebraico per il tanach, l’alachah, le tefilloth. C’è l’italiano (o l’aramaico, o l’yiddish) per la vita di tutti i giorni e c’è l’inglese per Happy Birthday to You. È così da sempre.

Guido Fubini non si meritava questo attacco. Auguri, Guido, ancora buon compleanno!

La redazione di Hakeillah