Stupidità e “cupidità” | Kolòt-Voci

Stupidità e “cupidità”

Alberto Somekh

Nel corpo di una relazione su Gli Ebrei a Costantinopoli a p. 330 del Corriere Israelitico, anno 1856, leggo la seguente, istruttiva affermazione che riporto testualmente: “I Mussulmani perseguitavano per ignoranza e cupidità mista ad indifferenza e dispregio per tutto quanto è straniero; gli altri all’opposto incrudelivano per fanatismo religioso velato da una sconsigliata carità e tutto pel bene del peccatore”. Illustre sapienza dei nostri maggiori!

Il 7 Settembre scorso ho partecipato, su invito del Rabbino Capo, all’Incontro interreligioso per la Pace promosso dalla Comunità di S. Egidio in Piazza del Duomo a Milano. È stato impressionante vedere soprattutto l’insieme di colori dei paramenti rituali indossati dai rappresentanti delle varie confessioni convenuti per l’occasione. Una manifestazione più estetica che estatica, che soltanto la sapiente regia della Chiesa Cattolica, a quanto pare, è in grado di mettere insieme. Ma l’impatto immediato è stato in ogni caso di grande effetto.

Confesso di disporre di poco tempo per leggere, e questo mi dispiace: cerco di dedicarmi a questo amabile passatempo soprattutto durante le ferie. Ebbene, voglio segnalare due libri importanti che sono usciti sul mercato italiano quest’estate. Il primo è il volume di Fiamma Nirenstein, Antisemiti Progressisti di Rizzoli. Posso definirlo un interessante esempio, se così si può dire, di teshuvah “laica” e un’appassionata difesa non solo di Israele, ma anche della necessità di appoggiare Israele. Aldilà di motivi di diatriba politica che faranno discutere l’Ebraismo Italiano, la tesi di fondo del libro è che l’unica via per superare il conflitto mediorientale è la democratizzazione del mondo arabo.

È questa forse una Mission: impossible, che tuttavia vale la pena di incoraggiare per la sua forte carica idealistica. Ma non senza qualche doverosa considerazione preliminare. Non basta essere intimamente convinti, neppure a ragione, della superiorità intrinseca del proprio sistema per riuscire ad imporlo agli altri. È questo precisamente l’errore in cui incorsero i Romani duemila anni fa, dal momento che non si diedero la pena di comprendere la cultura dei loro interlocutori “barbari” (la Britannia di Tacito, per intenderci, è solo un’esercitazione letteraria) e alla fine ne furono travolti. Lungi dal pensare di far valere in tempo relativamente breve la democrazia presso un mondo che fatica ad apprezzarla, temo che nei prossimi decenni ci attenda un impegno assai più arduo: se vogliamo evitare un nuovo Medioevo dovremo semplicemente apprendere l’arte di difendere questo “sommo bene” della cultura occidentale (ebraica e cristiana) in casa nostra, senza dare più nulla per scontato.

Passando dai valori “laici” a quelli “religiosi”, l’altra opera cui mi riferivo è La dignità della differenza del Gran Rabbino d’Inghilterra Jonathan Sacks, apparsa in traduzione italiana da Garzanti. La tesi di fondo del libro è che anche nel mondo religioso la “differenza” merita di essere percepita come una ricchezza anziché un limite da superare. In passato questo voleva dire essenzialmente eliminare l’altro fisicamente o costringerlo a convertirsi alla nostra verità, l’unica accettabile. Le gerarchie religiose, sostiene Rav Sacks, devono rendersi conto che oggi non si può più predicare una verità assoluta.

Ricordo di aver udito analoga affermazione alcuni anni fa da un pastore valdese che oggi non risiede più a Torino, e di essermi domandato se i suoi fedeli fossero realmente disposti a mantenere una persona che parlava in questo modo dal pulpito! La realtà è che predicare una verità assoluta è compito essenziale di ogni religione in quanto tale: abdicarvi sarebbe come rinunciare alla propria essenza. Questo peraltro non entra in contrasto con la necessità della convivenza se introduciamo un concetto condiviso da tutte le fedi che si chiama escatologia. Le religioni decidono di rimandare al futuro ultimo tutti i conflitti insanabili di tipo teologico. È questo il modo in cui si sono regolate le Comunità Ebraiche e Cristiane nell’Alto Medioevo quando si sono rese conto dell’impossibilità storica di sopprimersi reciprocamente. Sarà possibile che anche i futuri rapporti fra Cristianità e Islam siano impostati in questo modo? Non credo, francamente, che la risposta possa venire né dagli ambienti laici, estranei al discorso religioso per definizione, né da quelli ecumenici. Dipende esclusivamente dalle rispettive gerarchie, che sole detengono l’autorità di legiferare in materia rituale sui propri seguaci. Il primo interrogativo che si pone a questo punto, particolarmente nei confronti dell’Islam, è il seguente: esiste nel mondo musulmano una simile autorità, che sia “creduta” dai fedeli e credibile per il resto del mondo?

Rav Alberto Moshè Somekh

http://www.hakeillah.com/4_04_12.htm