Bioetica in Israele | Kolòt-Voci

Bioetica in Israele

Giuio Meotti

Una radicale libertà, ricerca ed esperimenti senza limiti

Emergenza demografica, fecondazione incoraggiata, e una domanda: la vita inizia quando il pupo sbadiglia o no?

Roma. La ricerca scientifica gode di un’ampia libertà in Israele, trova fondamento e limitazioni nella Halaka, la Legge religiosa ebraica. E’ una libertà accettata moralmente dall’intera società e dalle autorità rabbiniche, perché le nascite tramite fecondazione in vitro sono il 2 per cento del totale, contro lo 0,2 degli Stati Uniti. L’ordine di “prolificare e moltiplicarsi” ripetuto due volte nella Torah, prima ad Adamo ed Eva e poi alla famiglia di Noè, non è mai stato considerato tanto urgente quanto oggi che Israele non beneficia più delle grandi ondate migratorie. Inoltre: dall’inizio della seconda Intifada sono morti 1017 israeliani e nel 2012, stando ai dati dell’American Jewish Committee, nel Grande Israele, con dentro Samaria e Giudea, i palestinesi saranno maggioranza. Per questo vengono addirittura finanziati dallo Stato i tentativi di fecondazione in vitro fino alla nascita dei primi due figli. Con gli attentati kamikaze, alcuni genetisti hanno parlato persino della possibilità di prelevare un tessuto di un figlio morto e di clonarlo, e consentire alle mogli dei soldati uccisi nei Territori di fecondarsi con il seme congelato del marito.

Il connubio religione e scienza

Michel Revel è il simbolo del connubio israeliano tra religione e scienza: noto genetista molecolare, Revel è un ebreo osservante e un sostenitore acceso della libertà di sperimentazione. E i rabbini, come Rav Herzog, primo rav capo d’Israele e studioso di scienze; rav Tatz, del Centro per l’etica medica di Gerusalemme; rav Halperin, editore di Assia, principale magazine israeliano di etica medica; rav Glatt, rettore del New York Medical College e rav Zilberstein, chassid che organizza i più grandi forum israeliani con i più importanti medici. Se per un grande rav spagnolo del XIV secolo, Yosef Albo, “non è possibile che la Halaka sia stagnante e che non cambi”, il centro Schlesinger dello Shaare Zedek Medical Center di Gerusalemme fornisce consulenze in tutto il mondo a pazienti con problemi interpretabili attraverso la Halakah. Nel 1987 Israele ha varato una legislazione sull’impianto degli ovuli fertilizzati, lasciando in sospeso la questione degli embrioni sovrannumerari. Nel 1999 il Parlamento ha bloccato per cinque anni la clonazione umana e l’intervento sui gameti, per studiare l’impatto di queste tecniche da un punto di vista sociale, morale e legale.

Questo Genetic Intervention Act non ha limitato però la ricerca sulle staminali, laddove tutta l’Europa lo ha fatto, ad eccezione dell’Inghilterra e della Francia, che ha interdetto l’utilizzo di embrioni francesi ma consentito l’importazione di embrioni dall’estero.

Israele è il paese con più brevetti procapite al mondo, in cui Uri Sivan, del Technion di Haifa, identifica un virus in trenta minuti e Ben-Zeev, del Weizmann, inverte le metastasi del cancro al colon. E l’elenco dei premi Nobel di origine ebraica è pressoché sterminato (49 in biologia, 43 in fisica e 26 in chimica). Aaron Feit, ricercatore al Weizmann di Rechovot, con rav Michael Beio sta scrivendo un libro su “Bioetica e pensiero ebraico nell’era postgenomica”, frutto di un grande scavo filologico e scientifico. Erano ebrei i migliori medici nel medioevo, gli unici a poter vivisezionare un cadavere. Maimonide era medico personale del visir islamico. Libri come Qohelet, Isaia e Giobbe sono il braille del pessimismo occidentale, deserto dentro stampato in faccia, carne estenuata e grazia lapidata, il Giobbe di “dalla vulva perché farmi uscire?”. Oltre a questa ventata di buio, c’è un pensiero ottimista, un’economia immanente degli scopi umani.

Così per rav Auerbach “è meglio un minuto in questa terra che tutto il mondo nell’aldilà”. E in quegli stessi libri ci sono le prime risposte sull’embrione, la fecondazione eterologa e quella in vitro. Sono nel Talmud i primi casi d’inseminazione artificiale: “L’uomo il cui seme fuoriesca mentre fa il bagno in una vasca e questo entra nell’utero della donna che vi si lava dopo è considerato padre”. Per i Poskim, i maestri che legiferano, “è divieto di Torah uccidere un embrione dal suo concepimento, ad eccezione del caso in cui la madre sia in pericolo”. Maimonide auspicava la vivisezione, “puoi togliere le piume da un’oca viva” per trovare la cura. Aggiunse che “chi uccide un embrione è un omicida”. Per un grande Posek del XVII secolo, rav Shah, fino al 40° giorno l’embrione “non è nulla”, goccia senza significato, atomo senza scopo. Un aborto entro questi giorni è “come se non ci fosse mai stato”. Perché sebbene la vita umana sia sacra per Pikuah Nefesh, l’embrione non ha nefesh, anima. Paternità e maternità hanno nella Ghemarà la loro prima definizione: “Tre compagni sono nella persona: Dio, il padre e la madre. Dal bianco del padre ossa e tendini e unghie e cervello e il bianco dell’occhio. Dal rosso della madre la pelle e la carne e i capelli e il nero dell’occhio. Dal Signore il respiro e l’anima”. E’ il primo testo che parla di un’ereditarietà genetica. Secondo la maggioranza dei rabbini c’è persona solo dall’attimo in cui emette il primo respiro. E’ quindi conforme alla Halaka il Rapporto della Commissione di consulenza bioetica dell’Accademia israeliana delle Scienze: si permettono tutti gli esperimenti con cellule staminali; è accettabile non solo l’utilizzo di embrioni sovrannumerari, ma anche la loro creazione; una volta fatto questo “la ricerca non deve avere ulteriori limitazioni”. Solo un rabbino, Moshe Feinstein, parla di terapia genetica a scopi cosmetici, non solo curativi. La Legge ebraica, che non ammette forme d’industrializzazione della maternità e marketing della nascita, consente l’eliminazione d’embrioni in sovrannumero: se è “rodef”, colui che viene a ucciderti, e ha minori possibilità di vita perché più piccolo e mal locato nell’utero, è lecito eliminarlo per salvare gli altri e la madre. E’ vietata la donazione e il commercio di seme, ovuli ed embrioni per il pericolo di futuri rapporti consanguinei. La tecnica eterologa, che in Israele è anonima e molto frequente, è bandita nei testi talmudici perché “colui che viene su molte donne e non sa su quale o colei su cui vengono molti uomini e non sa da quale, si troverà un padre che sposa la propria figlia e un fratello la propria sorella, si riempirà il mondo di bastardi e la terra di zima”. Per la Halaka la fecondazione in vitro è applicabile solo tra coppie sposate e che non abbiano figli da almeno dieci anni. Secondo Jung “chi conosce gli abissi della fisiologia ne ha le vertigini”. L’ebraismo sembra averle domate. “Gettare reti a nord del futuro”, scrisse Paul Celan, sembra davvero il destino dell’ebraismo.

Il Foglio – 20/10/2004