Conversioni: non lasciamole solo in mano ai rabbini | Kolòt-Voci

Conversioni: non lasciamole solo in mano ai rabbini

Scialom Bahbout

Risposta alle osservazioni di Gabriello Marchetti al suo articolo sulle conversioni

Gerusalemme, 4 giugno 2004 – 15 sivan 5764

Egregio signor Gabriello Marchetti,

David Piazza mi ha trasmesso la sua lettera che ho letto con attenzione e della quale la ringrazio, perché mi dà l’occasione di chiarire alcuni concetti, cosa che non potevo fare di fronte a un pubblico che era convenuto per ascoltare soprattutto l’enunciazione di alcuni principi e non un trattato sulla posizione dell’ebraismo sulla conversione. Il tempo a nostra disposizione era di appena dieci minuti!

Legga la mia risposta (almeno parziale) nella lettera allegata e, in altra occasione, magari non per lettera ma a voce, potremmo ridiscutere più ampiamente della questione.

Un cordiale shalom e shabbath shalom

Per quanto riguarda le sue osservazioni, io posso rispondere per quella che è la mia esperienza sia personale, che nell’ambito del Beth din della Comunità ebraica di Roma.

Una prima osservazione generale è che in Italia, almeno fino ad oggi e voglio sperare anche per il futuro, la Comunità ebraica è stata una comunità unita e formalmente ortodossa, anche se l’uso di questo termine per vari motivi, sia spirituali che pratici, non si addice a mio avviso all’ebraismo in generale e a quello italiano in particolare. La Halakhà, la norma tradizionale ebraica, non è assolutamente monolitica, come qualcuno vuole far credere. A ogni domanda possono essere date risposte diverse, a seconda della persona, delle circostanze e del luogo in cui viene fatta la domanda. Questo vale anche per quanto riguarda l’atteggiamento da assumere per quanto riguarda il problema della conversione, sia che essa riguardi gli adulti che i minori.

Dalla mia breve esperienza presso il Beth din di Roma, dove mi occupo in prima persona delle persone che fanno richiesta di ghiur, le posso confermare che, anche se non abbiamo la fila davanti alla Comunità, abbiamo una notevole richiesta da parte di persone, in parte di antica origine ebraica (anche di quarta e quinta generazione, a volte addirittura formalmente ebree, in quanto ebree in linea matrilineare secondo la Halakhà), in parte desiderose di avvicinarsi all’Ebraismo e alle sue norme quotidiane (dallo shabbath alle preghiere etc). Nonostante il significato letterale del termine Beth din (Casa del giudizio e quindi Tribunale), compito dei componenti del Beth din non è quello di giudicare le persone, ma potremmo dire quello di fare da mallevadori e da notai, quasi per stimolare e per dare una autenticità alla scelta fatta dal convertendo.

Nonostante quanto pensano la maggior parte dei non addetti ai lavori, la Halakhà è piuttosto esplicita e semplice.

La prima fase comprende un momento di dissuasione per i pericoli che comporta la condiizione ebraica (ieri come oggi l’antisemitismo purtroppo è un fenomeno che non accenna a perdere la sua virulenza) e la difficoltà obiettiva che comporta la quotidianità ebraica per la quale è necessario un notevole impegno, che richiede il compimento di azioni precise, cioè le mizvoth e un studio continuo, necessario per adeguare i comportamenti al proprio sentimento.

Sempre in questa prima fase il rappresentante del Beth din ha il dovere di invitare la persona che vuole aderire all’Ebraismo a studiare e conoscere meglio la religione che abbandona e di informarlo che ha la possibilità di aderire alla “Religione universale” delle Sette leggi di Noè, la cui applicazione garantisce per l’Ebraismo l’essere parte dei cosiddetti Hasidè ummòth haolàm (Le persone pie tra i gentili), vicini al popolo ebraico, ma non per questo obbligati a condividerne completamente il destino e le leggi.

E’ chiaro che l’adesione alla Religione basata sulle sette leggi di Noè può non essere una soluzione ritenuta sufficiente dal proselita desideroso di entrare a parte con tutto il corpo e lo spirito nell’ambito ebraico: essa tuttavia rimane una soluzione importante da proporre anche a tutti coloro che vogliono combattere, assieme al popolo ebraico, tutti quei fenomeni che caratterizzano la società umana e che sono l’idolatria (nella sua accezione più ampia), l’omicidio, il furto etc. Sembra un progetto di facile attuazione, ma sappiamo quanto la società moderna sia lontana, oggi non meno che ieri, dall’aver realizzato questi obiettivi

Se il candidato proselita conferma il suo proposito di aderire all’ebraismo, si passa alla seconda fase, quella educativa che consiste in due momenti: lo studio sotto la guida di una persona esperta e la partecipazione attiva alla vita ebraica, a livello sia familiare che comunitario. Mentre per lo studio, pur tra molte difficoltà, si riescono a trovare delle persone pronte a insegnare, diversa purtroppo è, almeno per quanto riguarda la mia esperienza, la disponibilità degli ebrei italiani (anche tra coloro che vorrebbero procedure più agili) ad aprire le proprie case per ospitare almeno per il sabato e le feste le persone che vogliono convertirsi all’ebraismo. Purtroppo questa chiusura crea non poche difficoltà sia al convertendo che al Beth din.

Come a mio parere ha ben spiegato rav Dov Soloveitchik z.l., entrare a far parte del popolo ebraico significa assumere su di sé sia il suo goràl (il destino e la storia ebraica), sia il suo ichud, la sua missione e funzione nell’ambito del progetto divino per l’umanità : quindi compito fondamentale del Beth din è quello di mettere il futuro proselita nelle condizioni migliori per operare una scelta consapevole fino in fondo, per accettare su di sé entrambi questi aspetti, sia sul piano intellettuale e pratico che su quello spirituale ed emozionale.

Compito del Beth din è quello di agire in un certo senso da garante per curare e rappresentare sia gli interessi del popolo ebraico, che quelli del proselita che vuole convertirsi all’ebraismo e per il quale l’adesione al popolo ebraico, per se stesso e per i propri figli, potrebbe rivelarsi un passo falso del quale potrebbe pentirsi in futuro.

Le posso garantire che le persone che intendono aderire all’ebraismo in buona fede trovano la porta aperta, fermo restando l’impostazione generale dell’ebraismo che consiste nel non fare nessuna forma di proselitismo attivo.

Ben diversa a mio parere deve essere la posizione della Comunità ebraica verso due categorie di persone: quelle che sono formalmente ebree secondo la Halakhà e quelle che sono comunque di origine ebraica, anche per via naschile. Per le prime ognuno (e non soltanto i rabbini o gli addetti ai lavori) ha il dovere di fare tutto ciò che è nelle sue possibilità per farle rientrare nell’ambito dell’ebraismo, per le seconde deve essere usata una cura (potremmo meglio dire) una empatia particolare, secondo quanto affermava ad esempio il Rabbino Capo sefardita d’Israele negli anni quaranta e cinquanta, Benzion Meir Uziel in una dei suoi responsi sul tema della conversione.

E’ chiaro che per il processo di conversione non esistono e non devono essere posti dei limiti di tempo precisi per quanto riguarda la sua durata, in quanto ogni caso va valutato singolarmente e ognuno ha i suoi ritmi sia di apprendimento che di coinvolgimento: esso tuttavia deve avere, in generale, una durata tale che possa dare al proselita la possibilità di conoscere e vivere l’ebraismo da vicino per un periodo non inferiore ad un anno, in modo così da poter condividere con la Comunità tutte le feste ebraiche (dalle maggiori alle minori) e i suoi momenti di gioia e di dolore.

Un discorso a parte merita quello del matrimonio misto cui lei accenna nella sua lettera.

Una delle azioni che ha contraddistinto il popolo ebraico nella sua storia è stata la centralità che esso ha dato alla trasmissione della Torà. Questa trasmissione deve essere fatta attraverso sia l’insegnamento teorico e l’esempio pratico che i genitori, che sono i primi Maestri di ebraismo) possono dare ai propri figli. E’ chiaro che in una famiglia mista viene a mancare almeno questo aspetto: infatti il genitore non ebreo non è in grado di trasmettere l’educazione ebraica, attraverso l’esempio che ovviamente non può dare e la cultura ebraica che in generale non possiede, mentre il genitore ebreo è spesso privo della preparazione sufficiente per dare al figlio ciò che spesso anche lui non possiede. E’ noto che l’ebraicità si trasmette per via materna, fatto che può essere spiegato dall’importanza che la Torà attribuisce al ruolo della donna nella trasmissione dell’ebraismo sia sul piano emotivo che su quello culturale, a causa del rapporto certamente più intimo che esiste in generale tra madre e figli: quindi, in un matrimonio misto in cui la donna sia ebrea, dovrebbe essere maggiormente garantita la trasmissione dell’ebraismo. Dico dovrebbe, in quanto in effetti molto spesso anche in questo caso la trasmissione è assai carente e le Comunità poco si curano di questi casi, per i quali sarebbe invece necessaria una maggiore attenzione.

La soluzione di un problema – e cioè l’impossibilità da parte di uno dei genitori a svolgere completamente il suo ruolo come trasmissore di identità ebraica – non si risolve ignorandone l’esistenza.

Per questo motivo, anche se è previsto dalla Halakhà, la conversione di un minore è condizionata proprio dalla possibilità che il bambino ha di recepire la tradizione ebraica nei suoi vari aspetti, da quello sentimentale a quello pratico dell’osservanza dei precetti.

Quando i genitori chiedono la conversione di un minore, la responsabilità dell’atto di conversione ricade sul Beth Din che lo fa nella presunzione di fare cosa gradita al bambino, educandolo all’osservanza dei precetti e inserendolo nella condizione ebraica, così densa di pericoli, di problemi e di limitazione.. L´educazione all’osservanza dei precetti è condizione essenziale e, anche se non potrà esserci la certezza, deve esserci una sostanziale probabilità che il processo di conversione possa veramente portare il bambino ad amare le noizvoth ed ad osservarle con gioia. Bisogna cercare di evitare, come molto spesso è avvenuto, che una volta divenuti adulti, i bambini convertiti in età minore, non manifestino una reale volontà di osservare le mitzvoth e si allontanino del tutto dalla Comunità ebraica.

Non va dimenticato che compito del Beth din è di fare da garante sia per il bambino, a cui deve essere assicurata la libertà di scelta, sia per la Comunità, che deve attivare tutti gli strumenti disponibili affinché l’adesione all’ebraismo sia cosa fatta con la massima serietà. Se lo scopo ultimo è che il processo di conversione del minore si concluda positivamente sono necessarie alcune cautele che, a mio avviso, hanno lo scopo di garantire che ciò avvenga.

Seguendo questa linea di pensiero, contrariamente a quanto accade in altri Tribubali rabbinci ortodossi di altre comunità ebraiche nel mondo, il Beth din di Roma ha iniziato da circa due anni una politica della conversione dei minori che, sempre ispirandosi alla Halakhà, cerca di raggiungere il risultato che, almeno a parole, tutti dichiarano di volere e cioè, un rafforzamento della Comunità, attraverso la formazione di giovani ebrei pienamente consapevoli del proprio ebraismo.

Il processo di conversione, sia degli adulti che dei minori, è un progetto che non può e non deve essere lasciato esclusivamente nelle mani dei rabbini, ma nel quale devono essere coinvolte tutte le famiglie della Comunità, che dovranno aiutare ed accogliere tutte quelle famiglie che, per i motivi cui ho appena accennato, non sono in grado di garantire ai propri figli un’esperienza e un’educazione ebraica completa. Così come la Torà non è stata data ai rabbini, così la capacità di assorbire i nuovi venuti non può essere delegata a pochi addetti ai lavori, ma all’intera comunità che deve dare il necessario supporto all’opera del Beth din, accogliendo, dimostrando tutta la propria empatia e disponibilità dentro e fuori dalle proprie case ai nuovi venuti, siano essi singoli, siano essi famiglie intere o coppie (come è accaduto negli ultimi due anni di attività del Beth din di Roma).

Non posso entrare in queste righe nei dettagli dell’azione che attualmente svolge il Beth din di Roma, azione di supporto alle famiglie miste con madre non ebrea, ma le posso garantire che, se si vogliono ottenere dei risultati concreti, l’impegno richiesto in termini di attenzioni sia sul piano umano sia delle energie richieste, è notevole. Il Beth din di Roma, pur con le risorse umane assai limitate di cui dispone e pur essendo impegnato su vari fronti (casi di divorzi, di controversie tra membri della comunità, di pratiche di eredità etc) dedica molto tempo e molta attenzione al ghiur degli adulti e dei bambini figli di matrimonio misto. Per quest’ultimo in particolare ha attivato un processo che si propone una serie di obiettivi:

1) Il processo di conversione deve portare la Comunità alla comprensione che la conversione è cosa seria e non automatica e che non è detto che si debba procedere ad essa in ogni caso, in quanto pur nel contesto di regole generali, ogni caso costituisce un caso particolare da analizzare e giudicare a parte e la conversione di un bambino non deve mai suonare come una legittimazione a priori dei matrimoni misti.

2) Il processo di conversione deve portare in ultima analisi all’osservanza delle mitzvoth da parte del bambino e da parte della famiglia.

3) Il processo di conversione di un bambino può arrivare a buon fine solo se c´è la collaborazione, oltre che da parte della Comunità, di entrambi i genitori e della madre in particolare, che dovrà imparare a mettere in pratica quelle mitzvoth che riguardano più da vicino la vita familiare e quella del bambino.

4) Il processo di conversione di minori deve creare nella Comunità un’atmosfera tale che l’endogamia venga considerata la scelta più naturale e che, nel caso si verifichino delle eccezioni, la conversione deve essere fatta in maniera tale che possa essere veramente applicato il principio Zakhìn laadàm shelò befanàv, Si può conferire un merito a una persona anche in sua assenza (quindi a sua insaputa, come nel caso di un minore): l’ingresso nell’ebraismo deve essere fatta con gioia e costituire un merito e non l’assunzione di responsabilità che non si vuole o non si può onorare.

5) L’atto di conversione deve essere un atto che possa godere del riconoscimento universale, sia all’Italia che all’estero, in modo che non avvenga, come è già successo, che i rabbinati esteri mettano in dubbio la validità della conversione.

Per concludere (almeno per il momento):

Il processo di conversione, che si tratti di un adulto o di un minore, deve coinvolgere l’intera Comunità, mentre rimane il fatto che la maggior parte delle famiglie ebraiche italiane sono poco propense all’ospitalità (e non solo dei proseliti!) e in generale chiuse in se stesse.

Per ambire a migliori risultati, sarà necessario fare una vasta opera di rieducazione in una di quelle mitzvoth che più caratterizzano l’ebraismo: l’ospitalità e l’amore verso il gher.