Sul mito del deicidio | Kolòt-Voci

Sul mito del deicidio

Marco Ottolenghi

La passione e la morte di Gesù sono tra gli elementi fondamentali della religione cristiana. Purtroppo, accanto alla fede, si è sviluppato nella storia del cristianesimo il mito del deicidio a danno del popolo ebraico, che ha causato una sequenza atroce di morte e distruzione. Quasi tutti i Padri della Chiesa contribuirono a rafforzare l’accusa del “popolo deicida” ed indussero i cristiani, con invettive feroci ed oltraggi, al disprezzo e all’odio verso il popolo ebraico, che a loro dire, un tempo prediletto da Dio, era poi diventato il popolo di Satana. Ad esempio, S. Giovanni Crisostomo scrisse che “Dio ha abbandonato gli ebrei: essi non hanno riconosciuto il Padre, hanno crocifisso il Figlio (…), la loro sinagoga ormai è la sede dei demoni e dell’idolatria”.

La questione da porsi oggi, in occasione dell’arrivo in Italia del film di Mel Gibson, è se la Chiesa e i cristiani vogliano e possano liberarsi del mito del deicidio o se siano destinati a rimanerne prigionieri.

La pretesa di Gibson e degli estimatori entusiasti del film, quali Vittorio Messori, di attribuire ad esso una esatta ricostruzione storica dei fatti, optando per una interpretazione letterale e semplicistica dei Vangeli, non va certamente nella direzione auspicata.

Scrive in proposito Cesare Mannucci nell’Odio antico: “i cristiani hanno il diritto religioso di crederlo [Gesù] Dio, ma non il diritto storico di attribuire questa credenza a lui e ai suoi compagni. Di conseguenza l’accusa di deicidio al popolo ebreo, o anche solo a una sua parte, può avere un significato meritevole di un’indagine psicologica, ma è un’incongruenza storica, perché nessun giudeo – dal sadduceo più codino allo zelota più fanatico – è costituzionalmente capace di vedere in un uomo, fosse pure il più grande dei profeti, il ‘figlio di Dio'”, cioé una sua incarnazione.

È veramente necessario, ai fini della fede cristiana, sottolineare la presunta responsabilità del popolo ebraico nell’uccisione di Gesù, leggendo i Vangeli non come un testo religioso ma come la cronaca di un giornale?

Come mai non è stata adottata per i Vangeli una lettura di tipo allegorico alla pari di quella proposta da molti esegeti cristiani riguardo alla Bibbia ebraica?

L’interpretazione letterale delle parole degli evangelisti, peraltro, conduce inevitabilmente a contraddizioni inconciliabili fra le diverse narrazioni degli stessi avvenimenti.

Per rimanere nell’ambito dei capitoli trattati nel film, la cronaca del “processo” è diversa fra Marco e Matteo rispetto a Luca, e in modo molto più profondo fra tutti e tre i sinottici rispetto a Giovanni. Le differenze sono notevoli anche riguardo alla dinamica della cattura, al momento dell’ultima cena e della crocefissione.

Nei sinottici il gruppo armato che cattura Gesù è composto esclusivamente da ebrei, in Giovanni il gruppo è misto ebraico e romano. Gibson nel film, ovviamente, sceglie la versione dei sinottici.

Nei sinottici l’ultima cena equivale al seder ebraico della prima sera di Pesach, gli interrogatori di Gesù hanno luogo durante quella notte e la crocefissione avviene nel primo giorno della festa. In Giovanni tutto ciò accade un giorno prima, non viene descritto alcun interrogatorio nella casa di Caifa e non si parla neppure di una seduta del consiglio avvenuta nel mattino.

In entrambi i casi l’ambientazione temporale non regge da un punto di vista storico: per la legge ebraica, infatti, era vietato celebrare processi capitali nei giorni di festa o nel giorno precedente una festa. Inoltre, tali processi non si potevano tenere se non alla luce del giorno.

Se pensiamo, poi, all’importanza della festa di Pesach durante il periodo del Tempio e agli innumerevoli preparativi connessi, è difficile immaginare che proprio in quei giorni l’attenzione di tutto il popolo ebraico, compresi il Sinedrio, i sacerdoti ed il sommo sacerdote, fosse rivolta non alla festa ma alla figura di Gesù.

Gibson, nonostante abbia affermato più volte che il suo è un racconto dettagliato, preciso, quasi un resoconto cronachistico dei fatti avvenuti, nel film non fa alcuna menzione della festa. Nessuna attenzione ai riti che preparavano la celebrazione della festa, come è accennato nel Vangelo di Giovanni. Nulla di tutto ciò.

Come se ciò non bastasse, nel film c’è qua e là qualche aggiunta al testo dei Vangeli. Gibson, ad esempio, fa dire a Ponzio Pilato una frase di sprezzante rimprovero a Caifa, quando questi gli consegna Gesù sanguinante dopo l’interrogatorio. Pilato dice nel film, ma questa frase non compare in nessuno dei Vangeli: “usate sempre punire i prigionieri prima di averli giudicati?”.

Il garantismo e la pietà del procuratore romano, in contrapposizione alla crudeltà dei capi del popolo ebraico, potrebbe far sorridere, se non rischiasse di diventare un altro tassello nella lunga storia dell’antisemitismo.

A differenza dei tribunali dell’Inquisizione, per i quali la tortura (il “rigoroso esame”) era un elemento fondamentale, nella legge ebraica tale pratica è sconosciuta, poiché la confessione dell’imputato è irrilevante ai fini del processo: secondo il diritto ebraico non si può condannare un imputato basandosi sulla sua confessione.

Oltre alla dinamica e alla collocazione temporale del “processo”, anche l’accusa principale rivolta a Gesù non regge ad una seria analisi storica.

Matteo in 26,63 scrive: “… il sommo sacerdote replicò: ‘ti scongiuro per il Dio vivente di dirci se tu sei il Cristo, il Figlio di Dio'”.

E Marco in 14,61: “… sei tu il Cristo, il Figlio del Benedetto?”.

Infine Luca in 22,70: “… tutti allora dissero: ‘dunque tu sei il Figlio di Dio'”.

Gli evangelisti ascrivono al sommo sacerdote (Luca addirittura a tutti gli ebrei presenti) un concetto che rivela la visione cristiana del messia, che è completamente diversa da quella ebraica, e gli attribuiscono un credo cristiano che allora doveva ancora nascere. Questa è chiaramente una ricostruzione fatta a posteriori da chi ha già una consolidata fede cristiana e poca conoscenza dell’ebraismo, per il quale il messia non è e non può essere il figlio carnale di Dio.

In aggiunta, nel Discorso della Montagna, secondo Matteo (5,17) e Luca (16,16), Gesù dichiara di non essere venuto a cambiare neppure uno iota della legge ebraica. Con questa premessa, anche una possibile dichiarazione di Gesù di essere il messia non sarebbe stata vista come un’offesa o un reato punibile con la pena di morte.

Per chiarire meglio questo concetto, basti pensare che ancora oggi fra gli ebrei sorgono sedicenti messia, ma fin quando loro e i loro seguaci rimangono ancorati fedelmente alla legge ebraica, non sono esclusi dall’ebraismo, ma tutt’al più sono visti con una benevola ironia.

In realtà, anche da un punto di vista strettamente teologico cristiano, il mito del deicidio non avrebbe dovuto svilupparsi e creare quelle mostruosità di cui è piena la storia delle persecuzioni antiebraiche.

Così scriveva Padre Mariano pochi anni prima del Concilio Vaticano II: “l’opinione che stiamo discutendo [il deicidio] non ha neppure alcun fondamento teologico. Si dovrebbe, per affermarlo, giungere all’assurdo teologico che Gesù, il quale ha comandato ai suoi seguaci di perdonare ai nemici, ed esige tale perdono come condizione ‘sine qua non’ per ottenere il perdono dei peccati …. Egli stesso per primo, avrebbe calpestato il proprio comandamento”.

Nonostante i cambiamenti operati dalla Chiesa negli ultimi quarant’anni, il pregiudizio antiebraico è duro da estirpare e il film di Gibson non può che alimentare strumentalizzazioni da parte di chi ancora è prigioniero di questa ideologia dell’odio.

Un esempio sorprendente del permanere dei frutti velenosi del mito del deicidio si può trovare nell’ultimo numero del mensile Jesus. Nella copertina, nonostante un richiamo agli articoli di critica al film di Gibson presenti all’interno, domina la foto di una ragazzina palestinese piangente e con indosso una bandana verde di Ez el din el-kassam (la cellula operativa di Hamas, responsabile della maggior parte degli attentati suicidi in Israele). Questa foto, insieme al titolo “Terrasanta senza pace – PASSIONE A BETLEMME”, ripropone – forse inconsciamente – l’argomento della propaganda palestinese, che sostiene l’identificazione fra palestinesi e Gesù, come vittime del “popolo deicida”.

Milano, 2 aprile 2004