Sionismo: un progetto per il futuro? | Kolòt-Voci

Sionismo: un progetto per il futuro?

Andrea Jarach – Presidente della Federazione Associazioni Italia – Israele

Mentre assistiamo alla rinascita dell’antisemitismo in tutta Europa e alla sua esplosione nel mondo arabo ci troviamo a riflettere sul futuro del sionismo. Questo movimento miracoloso (si dice essere l’unico ismo nato nel diciannovesimo secolo che abbia visto il compimento dei suoi obiettivi) si trova oggi in una crisi di riflessione che porta molti studiosi a concludere che esso abbia perso la sua funzione.

Il mio contributo oggi vuole dimostrare che il sionismo, ben lungi dall’essere privo di funzioni, è il vero collante del popolo ebraico e ne è una garanzia di sopravvivenza.

Vorrei innanzitutto prendere in esame un parallelismo inquietante.

Quello tra La Shoah e l’attuale situazione.

La Shoah si sviluppò attraverso le seguenti fasi: emarginazione sociale, emarginazione per legge, persecuzione e infine sterminio.

Quando si arrivò alla fase dello sterminio (dal 1941/42) gli ebrei trovarono ben poco aiuto negli “altri”.

Il terreno era stato preparato a puntino.

Adesso portiamoci all’epoca contemporanea e ci sarà facile sostituendo alla parola ebrei la parola Israele riconoscere le fasi sopra elencate.

Dalla sua nascita Israele è stato combattuto in tanti modi dai suoi nemici, ma il più riuscito è senza dubbio quello della propaganda ossessiva. Tanto è stato demonizzato lo Stato di Israele, che, per molte persone nel mondo, esso rappresenta acriticamente il male assoluto.

Uno Stato di fanatici vestiti di nero con le treccine e di soldati (senza pietà), questa l’iconografia popolare del moderno ebreo.

Uno Stato cattivo che combatte con i carri armati e gli aerei contro i bambini.

Uno Stato che chiude dietro un muro il popolo dei diseredati senza patria.

Uno Stato che quella patria nega senza motivo se non la volontà di potenza.

Contro questo Stato negli anni 70 si passò alla fase di emarginazione per legge (Sionismo uguale razzismo alle Nazioni Unite). Decine di risoluzioni dell’Assemblea dell’ONU contrarie a Israele passano ogni anno puntualmente con il voto di una maggioranza di Stati antidemocratici.

La persecuzione la viviamo tutti i giorni da almeno tre anni con il terrorismo suicida che uccide ebrei. La morte arriva in Israele o all’estero come in quella fase della Shoah definita delle eliminazioni caotiche (1941) durante la quale circa 1 milione e mezzo di ebrei vennero massacrati dagli Eisatzgruppen.

Viene ora da interrogarsi e lo sterminio?

E’ davvero inconcepibile oggi un tentativo di sterminio degli ebrei di Israele?

Purtroppo il ragionamento di poc’anzi mi porta a concludere che essendo la strategia di lungo periodo dei nostri nemici la stessa applicata dal nazismo nella Shaoah, ed avendo seguito fino ad oggi le stesse fasi, non sia assolutamente da escludere che essa contempli ancora una volta il tentativo di sterminio.

Cosa me lo lascia pensare?

Innanzitutto la preparazione del terreno: nel mondo arabo l’antisemitismo più terribile presenta gli ebrei come dei mostri assetati di sangue, in occidente invece gli ebrei sono visti come degli eterni rompiscatole che farebbero meglio a levarsi di torno (lascino pure i loro libri e la loro cultura che ci piace, ma la smettano di avanzare la pretesa di sopravvivere come popolo).

Sono indicative di questo pensiero diffuso sia la leggenda diffusasi dopo l’attentato delle Torri Gemelle che gli ebrei si erano messi in salvo avvisati preventivamente di quanto stava per accadere, che il risultato del famigerato sondaggio dell’Unione Europea che vedeva Israele come potenziale causa di una guerra mondiale.

La mia esperienza di studio della Shoah mi ha fatto rabbrividire quando quel sondaggio fu diffuso. Vedo davanti ai miei occhi Adolf Hitler nel 1939 e ricordo le sue funeste parole di avvertimento. “Se la razza giudaica porterà ancora il mondo ad una guerra, allora questo significherà per essa lo sterminio (vernichtung)”

Promessa mantenuta, anche se la premessa era errata e volutamente falsata.

Ma questo discorso non lo avete sentito forse anche oggi pronunciato dal primo ministro malese, e quante volte lo sterminio rieccheggia negli editti dei capi religiosi musulmani.

La mia convinzione è che anche oggi molti volterebbero le spalle di fronte ad un “problema ebraico” in via di risoluzione violenta, “soluzione finale” appunto.

E dunque cosa ci resta per non cadere preda di una depressione determinata dal fato che ci aspetta ineluttabile?

Ci resta il sionismo e il sogno di una patria ebraica sempre più forte che, grazie al numero dei suoi cittadini, renda impensabile il disegno criminale dello sterminio e, grazie alla sua forza, lo renda penalizzante per chi lo tenti.

E la crescita sempre più intensa dell’economia israeliana che porterà il benessere alle popolazioni confinanti potrà essere quella variabile della storia che questa volta vedrà trionfare la vita.

Il sionismo oggi per me è questo. E i suoi ideali significano sicurezza e speranza, due parole che prima di Israele erano per gli ebrei offerte solo dalla fede religiosa o dall’illusione di una integrazione sempre negata.