Progresso e regresso | Kolòt-Voci

Progresso e regresso

Donato Grosser

Nel Bollettino della Comunità Ebraica di Milano nel mese di novembre 2003 è stata pubblicata una “Lettera Aperta alla Comunità di Milano” firmata dal presidente e dal vice-presidente della “Congregazione ebraica riformata” Beth Shalom. È ovvio che a nessun gruppo piace definirsi regressivo, tuttavia l’abbondanza dell’uso della parola “progressivo” o “progressista” (usate ben cinque volte nell’articolo), desta subito il sospetto del lettore. Cos’è questo “progresso” al quale si riferiscono i riformati di Milano? Gli autori della lettera nel definire “l’esperienza progressiva della vita ebraica” menzionano, tra l’altro, la trasmissione del giudaismo per via patrilineare. Senza una definizione di cosa significhi “progresso” è poco chiaro perché dei cambiamenti di questo genere vengano chiamati progressivi.

I NOSTRI PADRI ERANO IDOLATRI

Da più di duemila anni nella sera di Pesach raccontiamo ai nostri figli, “I nostri antenati erano idolatri, ed ora il Signore ci ha avvicinato al Suo servizio”. Terach, il padre del nostro patriarca Avraham era un idolatra. Fu Avraham che proclamò al mondo l’esistenza di un solo Creatore, Forza Suprema del mondo. Dopo l’intervento divino in Egitto e al Mar Rosso, il popolo d’Israele arrivò al Monte Sinai. Fu sotto il Monte che quasi tre milioni di ebrei ricevettero la Torà scritta e la loro spiegazione orale. È grazie a questo tesoro, conservato gelosamente, che il popolo ebraico è sopravvissuto miracolosamente per più di tremila anni, nonostante le persecuzioni.

I nostri Maestri ci insegnano che l’antisemitismo diventò endemico dopo che gli ebrei ricevettero la Torà. In un mondo totalmente idolatra, un popolo aveva proclamato per la prima volta che il mondo aveva un solo Creatore, una sola Legge. Nessuno era al di sopra della legge. Questo messaggio era inaccettabile per i Re e i Tiranni che disponevano dei popoli a loro piacimento. Da allora il popolo ebraico ha lottato per portare avanti il messaggio monoteista vivendo nella promessa dei profeti che verrà un giorno in cui il mondo riconoscerà una Legge e un Creatore: gli ebrei con tutte le Mizvot della Torà, i gentili con una parte delle mizvot, le sette mizvot comandate a Noè e ai suoi figli. Questo per gli ebrei è il significato di “Progresso”.

Oggi, come tremila anni fa, vale per noi l’imperativo di osservare la Torà e di mantenerne l’integrità. Siamo legati ai principi di fede sintetizzati dai nostri grandi filosofi come il Maimonide e Yosef Albo. Sappiamo che nel mondo c’è un solo Creatore che interviene nella storia, che dispensa punizione e ricompensa, il cui insegnamento ricevuto al Monte Sinai è eterno ed immutabile.

Durante il Sèder di Pesach raccontiamo che i nostri antenati (Terach e Nachor) erano “ovde avodà zarà”servitori di un culto estraneo, perché non osservavano quello che aveva comandato il Creatore. Il termine “Avodà zarà”, culto estraneo, abbraccia molto di più dell’idolatria. Per un ebreo tutte le credenze e pratiche che non seguono la Torà sono “avodà zarà”.

Un ebreo può essere più o meno osservante della Torà. Non per questo è un seguace di “avodà zarà”. Lo diventa però al momento in cui organizza un nuovo culto con regole palesemente contrarie agli insegnamenti del Sinai. In questi casi invece del progresso verso l’era messianica, vi è il regresso nell’avodà zarà, il ritorno a tremila anni indietro, alla situazione prima del Sinai, come accadde nell’episodio del vitello d’oro.

LA TRASMISSIONE DELL’EBRAISMO PER VIA PATRILINEARE

La Torà insegna che ebreo è solo colui che è nato da madre ebrea o che si è convertito accettando tutte le mizvot. I riformati vantano il “Progresso” nella trasmissione del giudaismo per via patrilineare.

La Torà è la parola del Creatore, la profezia di Moshe Rabbenu, l’immutabile Costituzione del popolo ebraico. Chi non osserva tutte le mizvot fa ugualmente parte della comunità d’Israele. Chi invece elimina o aggiunge una sola mizvà, nega tutta la Torà e si mette fuori dalla comunità d’Israele. I riformati hanno eliminato tutta una serie di mizvot e disconosciuto i principi basilari della Torà. Hanno anche eliminato la mizvà che è proibito sposare non ebrei e hanno inventato la regola che è ebreo anche chi è nato da padre ebreo. La cosa è equivalente a un faccendiere che va in Galleria Vittorio Emanuele a vendere passaporti falsi. Quel passaporto servirà a passare qualche frontiera ma alla fine il portatore verrà smascherato.

L’idea della patrilinearità è stata introdotta dai riformati americani da pochi anni. Decimati dai matrimoni misti che stavano distruggendo le loro comunità, i “rabbini” riformati, per cercare di salvare un movimento in veloce declino, decisero di cambiare le regole del gioco. Questa ulteriore riforma è servita a poco: la National Jewish Population Survey 2001-2001, pubblicata di recente, mette in luce che mentre i figli di entrambi i genitori ebrei sposano non ebrei nel 22% dei casi, i figli di un solo genitore ebreo lo fanno nel 74% dei casi.

EBREI RIFORMATI

Un movimento come quello riformato che è fondato su principi solidi come le sabbie mobili e che cambia le regole a piacimento, non ha speranza di durare. A Francoforte nel 1800 dopo una generazione i riformati erano quasi tutti diventati protestanti. Oggi non hanno bisogno di convertirsi perché la decisione di dichiarare ebrei i figli di padre ebreo, fa sì che nel giro di due generazioni di ebrei tra i riformati italiani ne saranno rimasti assai pochi. Come i riformati americani anche quelli italiani continueranno a fare una riforma dopo l’altra e ad annacquare il vino, diventando sempre più diluiti e sempre meno ebrei.

“Riformati” è la parola adatta: come i soldati esclusi dall’esercito, gli ebrei riformati hanno abbandonato la missione millenaria del popolo ebraico.

Che il movimento della Riforma sia uno scisma lo aveva già insegnato nel 1954 Rav Joseph Dov Soloveitchik zz”l, probabilmente il più grande talmudista-filosofo ebreo del Novecento, quando scrisse:

Che cosa unisce l’acquaiolo yemenita di Tel Aviv agli ebrei di Boston? ….lo Shema Israel, lo Shabbat, la Kashruth, i Tefillin, la speranza e l’attesa della redenzione. In altre parole una testimonianza collettiva. Non c’è bisogno di dire che l’ebreo che cancella dalla sua memoria questa grande testimonianza e distrugge quest’unica tradizione collettiva, rompe il legame che lo unisce con la comunità ebraica, come congregazione ed entità spirituale … Dal punto di vista della Tora noi troviamo che la differenza tra Ortodossia ed Ebraismo Riformato è molto più grande di quella che separò Farisei e Sadducei durante il periodo del Secondo santuario e Caraiti e Tradizionalisti nell’era dei Gheonim.

I Sadducei sono spariti e cosi pure i Caraiti. Lo stesso si può prevedere che avverrà per i riformati.

Gli ebrei italiani ai quali sta a cuore il loro ebraismo e quello dei loro figli, faranno bene a stare lontani dai falsari che li vogliono riformare.

QUALE PROGRESSO?

Il progresso lo si persegue imparando ad essere testimoni della parola divina e cercando di migliorare il mondo con il nostro esempio. Per questo bisogna studiare la Torà e approfondirne gli insegnamenti andando a cercare quei Maestri che tramandano l’insegnamento del Sinai.

In America i “rabbini” riformati fanno matrimoni misti insieme a preti e bonzi e celebrano matrimoni tra omosessuali. Pur di mantenere i membri tutto è diventato permesso.

I nostri Maestri ci insegnano che la stessa “legge” imperava a Sodoma e Gomorra ai tempi del patriarca Avraham.

Questo è progresso?