Europa e Israele, paure parallele | Kolòt-Voci

Europa e Israele, paure parallele

ADRIANO SOFRI

AFFRONTO un problema delicato come la nuova demografia europea col solo proposito di osservarlo da un punto di vista inedito. Passerò attraverso la situazione dello Stato di Israele, rovesciando la sua proverbiale singolarità, e immaginandola invece come un termine di paragone del destino europeo. Questo itinerario sembrerà a qualcuno stravagante, o senz´altro scandaloso. Posso solo dire che si tratta di un esercizio astratto, e invitare alla pazienza.

La questione demografica occupa il centro del conflitto israelo-palestinese. Ha due aspetti. Uno è la rivendicazione del ritorno dei palestinesi andati profughi dopo il 1948 dal territorio d´Israele. È una questione tipicamente politica e storica, che col lungo passare del tempo è diventata una questione demografica. Il numero dei profughi attraverso i loro discendenti si è moltiplicato, e la realizzazione del “Ritorno” significherebbe ipso facto la riduzione a minoranza degli ebrei di Israele. Ma anche riportando quella rivendicazione a una composizione diplomatica realistica (riconoscimento simbolico del diritto, rientro di un numero minore cadenzato nel tempo, risarcimento e investimento per l´accoglienza ai rifugiati nel futuro Stato palestinese ecc.) la questione meramente demografica incombe a sua volta. Il tasso di natalità di arabo-israeliani e israeliani ebrei è così squilibrato che, anche continuando l´immigrazione dalla diaspora, prima della metà del secolo la riduzione degli ebrei a minoranza di Israele sarebbe comunque un fatto compiuto.

Questi scenari stanno sullo sfondo di polemiche virulente come quelle appena suscitate da un´intervista scandalosa di Benny Morris ad Ha´aretz (tradotta ora da Internazionale).

Morris vanta una primogenitura tra i “nuovi storici” nella documentazione delle violenze e della premeditazione nella cacciata degli arabi dal territorio del nuovo Stato di Israele nel 1948, che gli procurò una fama di anticonformista e obiettore. Fra i molti intervenuti sull´intervista, quello di Baruch Kimmerling (History News Network, 26 gennaio 2004) ricostruisce le ricerche, a cominciare dalla propria, che avevano documentato prima di Morris l´espulsione degli arabi nel ’48 e il suo carattere programmato. La primogenitura di Morris era in parte usurpata, benché, come avviene – si è appena ripetuto in Italia con il successo del libro di Pansa rispetto ai molti studi storici precedenti – il contenuto delle ricerche storiche conti meno dell´ascolto che riscuotono: e il libro di Morris fece scalpore.

Morris oggi, senza rinnegare quei risultati della sua ricerca, e anzi rincarandoli alla luce di nuovi documenti, giustifica l´espulsione degli arabi di allora, e arriva a rimpiangere che, à la guerre comme à la guerre, non fosse stata più estesa, e non esclude che in futuro una nuova espulsione – una pulizia etnica, di fatto – diventi, benché ingiusta, inevitabile. (Morris ha poi smentito le parti più provocatorie della sua intervista a Ha´aretz). La situazione dei cittadini arabi di Israele – cittadinanza di serie B, e tuttavia sentita a lungo come assai preferibile a quella dei palestinesi sotto autorità arabe – è radicalmente cambiata dall´inizio dell´Intifada di Al Aqsa, con la repressione sanguinosa delle loro manifestazioni. La reciproca diffidenza e ostilità fra ebrei e arabi dentro Israele è cresciuta drammaticamente. S´è così rafforzata quella singolarità che segna lo Stato di Israele come stato di necessità, come Stato degli ebrei: che esclude la possibilità che i suoi cittadini ebrei diventino minoranza, condizione impensabile nella costituzione formale di un altro Stato democratico. Nel caso di Israele, la singolarità che rende costitutivamente paradossale la sua democrazia, è solo in parte la conseguenza del programma originario della fondazione dello Stato, l´aspirazione sionista a dare un focolare agli ebrei della diaspora e delle persecuzioni, resa più tragicamente urgente dall´avvento dei superstiti della Shoah.

Alla giustificazione d´origine si è sovrapposta e imposta la lunga guerra calda e fredda di Israele con un accerchiamento arabo immane per territorio e popolazione. Questa febbrile reciproca aggressività fa sì che l´ipotesi d´un amalgama etnico e della perdita d´una maggioranza garantita agli ebrei in un loro territorio, equivalga più che probabilmente alla cacciata – o peggio – degli ebrei. Più volte, e ancora di recente (per es., nel saggio di Tony Judt sulla New York Review of Books del 23 ottobre 2003) il realistico, benché malinconico, programma di “due popoli e due Stati”, è stato contestato come troppo rassegnato o, piuttosto, come anacronistico in un mondo che dovrebbe superare le ottocentesche aspirazioni agli Stati nazionali in nome di associazioni più vaste e internazionalistiche. Così Judt: «Israele ha importato un progetto separatista tipico del tardo Ottocento in un mondo che è andato avanti, un mondo di diritti individuali, frontiere aperte e legge internazionale… Israele, insomma, è un anacronismo».

L´obiezione è forse nobile, ma essa sì davvero anacronistica. Non dirò che fra il tardo Ottocento e Israele c´è stata la Shoah – l´autore dell´articolo non l´ha certo dimenticato. L´equivoco sta nel far passare un´aspirazione attuale per un fatto compiuto. Viviamo in un mondo «di diritti individuali, frontiere aperte e legge internazionale»? Ci vive Israele? Judt rende senz´altro lo Stato d´Israele responsabile primo della crescita dell´antisemitismo contemporaneo: «Oggi gli ebrei non israeliani si sentono ancora una volta esposti alle critiche e vulnerabili agli attacchi per cose che non hanno fatto. Ma questa volta è uno Stato ebraico, non uno Stato cristiano, che li tiene in ostaggio per le sue azioni… Nell´attuale “scontro di civiltà” fra democrazie aperte e pluraliste e Stati etnici bellicosamente intolleranti e ispirati alla religione, Israele rischia di cadere nel campo sbagliato». Il rischio è reale: a ridurlo valgono sia il pluralismo interno alla società israeliana, sia la diaspora, che non è solo ostaggio degli errori e delle colpe dei governi israeliani. Ma, senza attenuare la denuncia di errori e colpe dei governi israeliani, non si può indulgere all´idea che l´auge dell´antisemitismo contemporaneo sia primariamente un loro risultato. L´antisemitismo nuovo (nuovo quanto anacronistico) di tanta parte del mondo terzo, e “senza ebrei”, è una quintessenza della paranoia contemporanea: una riedizione geograficamente dislocata della paranoia europea tra le due guerre.

La stessa confusione fra auspicio e realtà fa dire a Judt che, nonostante le tensioni etniche e la crescita dei partiti ostili all´immigrazione, «rispetto a trent´anni fa, l´Europa è un patchwork variopinto di cittadini eguali, e questa è senz´altro la forma del futuro». Dev´esserlo senz´altro, e resta da vedere con quali strappi nel tessuto.

La bellicosità contemporanea, nelle sue stesse ispirazioni nazionalistiche e tribali, non è una propaggine del nazionalismo ottocentesco, ma un ingrediente moderno modernissimo del mondo globalista. È in parte una reviviscenza, in parte un fenomeno rinascente, e non un retaggio del passato. Questo vale soprattutto per l´islamismo politico contemporaneo. Occorre guardarsi dall´identificare il carattere retrogrado di certe campagne con un loro presunto carattere anacronistico. I Protocolli degli Anziani di Sion volti in fiction alla tv egiziana non sono l´attardata ristampa dei Protocolli europei: sono una nuovissima edizione, largamente indipendente, assai peggio che retrograda, e però, ahimè, niente affatto anacronistica. (E come chiameremo la disputa sul capo femminile velato nei luoghi pubblici che scuote l´Europa, come un anacronismo? O come un precoce rintocco della nuova modernità europea?)

Il preteso realismo che ratifica il fallimento ripetuto delle trattative israelo-palestinesi sui Due Stati, e dunque ripropone come oltretutto più praticabile il progetto d´un unico Stato per arabi ed ebrei di Palestina, rischia d´essere un´utopia imprudente, e di mettere involontariamente a repentaglio la difesa dello Stato di Israele. Dello Stato, dico ancora, e non dei governi. Perché non è così cruciale la distinzione fra governi di Israele e popolo di Israele, come molta retorica di seconda mano ripete a memoria – specialmente di sinistra, in analogia allo schema usato su governo e popolo americano, eccetera. Cruciale è la distinzione fra governi di Israele e Stato, perché è alla liquidazione dello Stato di Israele che l´oltranzismo islamista e arabista mira: ulteriore singolarità, perché in nessun altro conflitto una parte mira alla distruzione dello Stato nemico. La rivendicazione d´una integrazione nello Stato binazionale d´arabi ed ebrei non fa che anticipare ed esorcizzare gli esiti minacciosi d´un processo demografico nel quale gli ebrei diventino minoranza. È, alla lettera, fuori luogo. Il suo solo credito andrebbe affidato a una integrazione combinata di Israele e di Palestina nell´Unione Europea. Buona idea, vasto programma… La ex Jugoslavia, e più esemplarmente la Bosnia-Herzegovina con la finzione obbligata dello Stato uno e trino, mostrano quanto aggiornati siano gli anacronismi al calendario corrente.

All´altro capo, l´oltranzismo dell´ultimo Benny Morris, senza precedenti per una personalità laica ebraica, coincide con una diffusione in Israele dell´auspicio d´una “purificazione etnica”. Secondo l´Università di Tel Aviv, nel 1991 il 38 per cento della popolazione ebraica era favorevole al “trasferimento” con la forza dei palestinesi fuori dai territori occupati, e il 24 per cento era favorevole anche all´espulsione degli arabi israeliani. Nel 2002, le percentuali erano salite rispettivamente al 46 e al 31 per cento (Kimmerling). È facile supporre che ambedue le percentuali siano ulteriormente cresciute da allora. «L´alternativa – conclude Kimmerling – è d´usare il tempo che resta per ritirarsi dai territori occupati e compiere una profonda riconciliazione fra cittadini ebrei e arabi di Israele e una loro piena integrazione come individui e come gruppi etnici dentro lo Stato di Israele su una base pienamente egualitaria». Senza di che Israele sarebbe uno Stato-paria, come il Sudafrica dell´apartheid.

Mi sembra davvero difficile che si possa obiettare alla constatazione, e alla paura, che Israele, lo Stato degli ebrei, sia minacciato nella sua esistenza. Però bisogna fare un passo ulteriore, non dare per scontato niente, per abitudine, e chiedersi: perché deve continuare a esistere uno Stato degli ebrei? Domanda delicata, risposta energica. Direi alcune cose più ovvie. Israele trae una ragione simbolica della propria esistenza dalla Shoah: se ne potrà temere una retorica e una propaganda, ma la ragione non è certo prescritta, né lo sarà. Inoltre, c´è una ragione materiale, e questa ancor meno prescrivibile. Lo Stato d´Israele è il riparo offerto a ogni ebreo perseguitato in qualunque punto del mondo (può succedere anche, come l´altro giorno nell´attentato di Gerusalemme, che fra le vittime ci sia un ebreo appena immigrato dalla Francia). Ragioni come queste, storiche e attuali, simboliche e pratiche, non esauriscono tuttavia la questione.

Israele è anche – forse soprattutto, per i suoi cittadini e per molti ebrei della diaspora – la patria del popolo ebraico, della sua millenaria sopravvivenza alla storia e alle persecuzioni. Tutte le ragioni citate, e le ulteriori, riconducono alla singolarità della storia d´Israele. Dunque escludono per definizione il paragone con altre situazioni, almeno ogni similitudine diretta. Per esempio con l´Europa. L´Europa, oltretutto, tradì la sua anima ebraica e perpetrò l´annientamento del popolo ebraico: il suo rapporto con l´ebraismo e con lo stesso Stato d´Israele resta quello d´un debito impagabile. Così come quel debito non può far da alibi a errori o colpe dei governi israeliani, non c´è errore o colpa di governo israeliano che autorizzi a dimenticare quel debito. L´Europa dunque si trova in una condizione affatto diversa da Israele, e per molti versi opposta. Manifestazioni d´antisemitismo a parte, è tutt´altro che peregrino interrogarsi su che cosa farebbe l´Europa se l´esistenza d´Israele fosse ripudiata dagli Stati Uniti e davvero messa a repentaglio, al punto da dipendere dal soccorso europeo. Preferisco non rispondere.

Tuttavia, proviamo a disegnare un raffronto indiretto e, per così dire, di circostanze. Sull´Europa incombe un andamento demografico assai netto: caduta della natalità e longevità della popolazione tradizionale; gioventù, alto tasso di natalità e d´immigrazione, e al suo interno di quella islamica, della popolazione recente. Il mutamento, fino a toccare il rapporto fra maggioranza e minoranza, nella composizione demografica europea sarà rapido, benché non quanto quello prevedibile per Israele. Inoltre, il contesto politico e culturale nel quale questo sviluppo si compie, fomenta anche in Europa assai più un separatismo comunitario che un´assimilazione e un mescolamento. La sfida islamista (distinguo islamista da islamico) non s´accontenta di rifiutare integrazione e assimilazione, ma la disprezza come il peggior collaborazionismo col nemico.

L´Europa non ha alcuna obiezione di principio da opporre a questa mutazione demografica. Al contrario, i suoi principii universalistici incoraggiano e comunque legittimano lo scambio e l´accoglienza. Per limitarla, l´Europa ricorre a motivazioni pratiche, essenzialmente di ordine pubblico e di polizia. Questo crea una situazione non così dissimile da quella di Israele di fronte ai profughi e al Diritto al Ritorno. L´Europa riconosce formalmente un diritto alla migrazione, ma lo nega di fatto con motivazioni pratiche e finge d´offrirgli compensazioni: quote limitate, aiuti economici ai paesi d´origine ecc. (Che questi aiuti economici siano in grado d´arrestare, o anche seriamente ridurre, il flusso dei migranti, in tempi ragionevoli, è un´evidente illusione). Dal punto di vista dell´universalismo europeo – della cittadinanza comune della terra, secondo la celebrata risposta di Einstein: “Razza?” “Umana” – gli immigrati dal mondo povero e violento valgono altrettanti profughi di ritorno. Oltretutto possono spesso, a loro modo, rivendicare anch´essi una “catastrofe” alle proprie spalle – come gli ebrei d´Israele, come i palestinesi, come l´antica diaspora armena, come la nuovissima diaspora cecena… Di quella catastrofe possono con molte ragioni rendere corresponsabile l´Occidente e i paesi ricchi – benché a torto lo rendano unico responsabile, come le leadership arabe rendono a torto Israele unico responsabile della tragedia palestinese. Nella quale Israele ha certo una ingente responsabilità storica, e una ancora più grave responsabilità attuale. (Così Kimmerling: «Dopo trentacinque anni d´oppressione, colonizzazione della loro terra, espropriazione delle loro acqua, detenzione amministrativa di decine di migliaia di palestinesi, distruzione sistematica della loro infrastruttura sociale e materiale, è peggio che ironico parlare dei palestinesi – come fa Morris – come di barbari e come d´una società malata»).

Sulla scala del pianeta, i despoti e le oligarchie del mondo giovane e povero si sono comportati per lo più come la leadership arabo-palestinese coi suoi profughi: recintandoli in una riserva di frustrazione, inerzia e odio per mandarli infine all´arrembaggio del mondo ricco. Riconoscere le buone ragioni è doveroso: legittimarne automaticamente la rivalsa è un suicidio. Le Costituzioni universaliste dell´Europa (possono essercene di scioviniste fin nella Carta fondatrice: “La Croazia è lo Stato dei Croati”…), fanno tuttavia affidamento implicito sul fatto, finora così garantito da sembrar naturale e non richiedere rassicurazioni istituzionali, che l´Europa sia il continente degli europei – cioè di una maggioranza schiacciante di europei indigeni di lunga data, e di formazione, se non di fede, cristiana. Non tanto di un colore – il pregiudizio del colore è forse il meno tenace, ormai – quanto d´una memoria storica, di un´affinità di lingua, d´una comunanza di costumi, dunque di legami culturali, così come eminentemente culturale è il cambiamento annunciato dall´immigrazione, e specialmente dalla sua parte islamica oggi, cinese domani. (Negli Usa l´immigrazione è soprattutto centroamericana e dunque cristiana – messicana, portoricana).

Questa fisionomia europea – che per un verso fotografa il punto d´arrivo della lunga storia fitta di scambi incroci e mescolanze, per l´altro è mobile e cangiante per definizione, così da rendere relativa e consegnare alla memoria ogni istantanea – merita d´essere salvaguardata, e non solo per chiusura paura o avarizia, dal mutamento troppo brusco e incurante. Può valere per essa – e dunque per ogni altro pezzo di mondo – la premura che in modo ultimativo e angoscioso Israele sente per la propria conservazione? (Oltretutto l´Israele ebraica ha una mobilità e mutevolezza di popolazione straordinariamente elevata). Esitiamo ad affrontare serenamente la questione, per orrore delle risposte precipitose e odiose che le offrono xenofobia e razzismo. O, tutt´al più, la sentiamo come un problema pratico, la necessità di scongiurare o circoscrivere i conflitti pericolosi che una libertà sconfinata di movimento degli umani prima che di ogni merce promette di eccitare. Oppure sentiamo come un´illusione reazionaria la nostalgia per il mondo che conosciamo e che viene travolto: il mondo cambia, è sempre cambiato… Tuttavia perché dovremmo esentare la sola forma storica della socievolezza e della convivenza della nostra parte di mondo da quella cura conservatrice che dedichiamo ad altri depositi della nostra storia, benché anch´essi esposti alla mobilità e al mutamento – e, alla fine, alla consumazione? Le nostre città, il nostro paesaggio, le nostre risorse naturali, le produzioni tradizionali: investite tutte dal cambiamento, e tuttavia protette da sollecitudini peculiari e spesso da misure legislative? È così per le nostre viventi forme di vita, le lingue, le feste, le abitudini, i racconti: a confronto con la diffusione di parole gesti e abitudini sempre più uniformi, e peraltro con l´arrivo di forme di vita straniere e diverse, anche conflittuali. L´arrivo di stranieri – siano sempre i benvenuti, dev´essere scritto sulle porte delle nostre città – avviene in un tempo di guerra endemica, e ne soffre l´impronta. Considerazione ovvia, che però riduce la forza del paragone con l´emigrazione storica dall´Europa, e dall´Italia in primo luogo. Che può aver meritato a volte, e più volte ha subito, una discriminazione di polizia e di opinione che sconfinavano nel razzismo, ma non era sentita come l´avanguardia o la quinta colonna dell´aggressione di un´internazionale nemica, com´è oggi per il rapporto fra Islam e islamismo.

C´è un vasto ricorso alla retorica rassicurante delle invasioni barbariche. Il mondo dopotutto non finì: anzi, civiltà comunque decadenti ne furono rinsanguate. Il più equilibrato giudizio storico (oltretutto siamo eredi degli strappatori di barbe sacre almeno quanto dei senatori romani) non toglie la differenza di chi, nell´invasione barbarica, sta dalla parte invasa. Sapersi cittadini d´un mondo e d´un tempo destinati al tramonto non riduce il dolore e la resistenza. A questa retorica rassicurante (già foriera di spirito poetico, come in Kavafis: ma lì i barbari tanto attesi non arrivano) appartiene il luogo comune sulla Graecia capta, ripetuto per il rapporto fra decadenza e caduta dell´impero romano e popoli barbari. Però lo “scontro di civiltà” ha per posta proprio la cultura e il modo di vita. Questione d´abbigliamento. Questione già avvenuta, dal momento che ci sono luoghi europei in cui l´inversione della maggioranza si mostra già: il centro di Rotterdam o la banlieue parigina, certe galere o certi quartieri italiani. C´è un omaggio astratto e retorico alle culture altrui – fedi, credenze, costumi – che non impedisce, e spesso favorisce, il maltrattamento degli stranieri in carne e ossa. Bisognerebbe proporsi il contrario. Di trattare fraternamente lo straniero sulla nostra strada, o almeno di riconoscergli coi fatti il nostro stesso diritto, e di obiettare nettamente ai modi d´intendere la fede religiosa, alle credenze e ai costumi che sentiamo ingiusti, che violano i diritti delle parti più deboli e delle minoranze delle loro comunità, e minacciano quello che abbiamo di più caro e prezioso della nostra società.

La Repubblica – 10 febbraio 2004

Grazie a Sami della segnalazione.