La giornata della memoria… corta (1) | Kolòt-Voci

La giornata della memoria… corta (1)

Europei e l’antisemitismo: 15% è ostile agli ebrei

Renato Mannheimer

Per un cittadino su due sono «diversi». Giudizi negativi, Italia sopra la media. Scarse le conoscenze storiche

MILANO – In una ricerca dell’«Eurobarometro» dell’ottobre 2003, la maggioranza della popolazione dell’Unione Europea dichiarava di ritenere Israele «una minaccia per la pace». Il risultato suscitò molte polemiche: chi lo riteneva un indice di antisemitismo, chi una mera critica al governo israeliano, chi addirittura una negazione al diritto stesso all’esistenza dello Stato ebraico. La formulazione un poco ambigua del quesito impediva di individuare scientificamente l’interpretazione corretta.

VALUTAZIONE CRITICA VERSO ISRAELE – Un altro sondaggio, effettuato un mese dopo, limitatamente all’Italia, permise una valutazione più precisa del sentimento antisemita in quanto tale. Ma emerse che in effetti esso è strettamente collegato a una valutazione critica verso Israele. E, specialmente, che chi professava un sentimento antisemita e/o anti-israeliano era connotato da una informazione scarsa o nulla sulla storia e sulle circostanze del conflitto in Medio Oriente. Nelle scorse settimane abbiamo ripetuto la ricerca estendendola, oltre all’Italia, a otto altri Paesi (Austria, Belgio, Francia, Germania, Lussemburgo, Olanda, Regno Unito, Spagna), coinvolgendo così buona parte della popolazione del Vecchio Continente. L’ostilità verso gli ebrei può essere definita in modi diversi ed è, di conseguenza, di difficile misurazione. Ad esempio, il 9% della popolazione dei nove Paesi dichiara che gli ebrei «non mi sono simpatici e non mi ispirano fiducia». E poco più del 4% è dell’opinione che «gli ebrei devono andarsene da qui». Ma è il 17% (quasi uno su cinque) a ritenere che «gli ebrei non sono dei veri italiani/francesi/tedeschi, ecc..». E quasi la metà della popolazione li percepisce comunque come «diversi». Un algoritmo, messo a punto da Paola Merulla e basato sull’insieme delle risposte, mostra come grosso modo il 15% dei cittadini delle 9 nazioni possa essere definito come «antisemita». E’ un sentimento che si trova maggiormente tra i meno giovani, tra chi possiede un titolo di studio meno elevato (ove gli antisemiti sono poco più del 20%) e specialmente (24%) tra chi si definisce «di destra».

ATTEGGIAMENTO DIVERSO DA PAESE A PAESE – L’intensità dell’atteggiamento ostile verso gli ebrei muta però da Paese a Paese. In Italia essa appare più elevata, anche se lievemente inferiore a Germania, Austria e Spagna. Assai più «moderati» risultano i cittadini di Belgio, Olanda Lussemburgo, Gran Bretagna e Francia. Questa ultima circostanza è in qualche misura sorprendente: infatti proprio Oltralpe si sono rilevati negli ultimi mesi più frequentemente e diffusamente episodi di intolleranza(proprio ieri Israele ha denunciato che la Francia, lo scorso anno, è stato il Paese con il maggior numero al mondo di episodi a sfondo antisemitico). Si può forse ipotizzare (lo ritiene possibile anche Adriana Golstaub del Centro di Documentazione Ebraica di Milano, una delle maggiori esperte di ricerche sull’antisemitismo in Italia) che essi siano l’espressione di una minoranza più agguerrita (ad esempio, ma non esclusivamente, legata alla forte presenza islamica in Francia), ma che, al tempo stesso, siano più fortemente osteggiati dal resto della popolazione. Mentre in altri contesti, compresa l’Italia, pur in presenza di un minor numero di episodi «concreti», il pregiudizio anti-ebraico tradizionale pare conservare una diffusione maggiore. Si tratta però solo di ipotesi, che necessitano di ulteriori verifiche.

Quel che è certo è che, in tutti i nove Paesi, l’atteggiamento antisemita risulta strettamente correlato con quello anti-israeliano, pur essendo impossibile stabilire la direzione del nesso causale. E’ vero cioè che chi è più antisemita è anche più anti-israeliano e viceversa: ma la ricerca non chiarisce quale dei due atteggiamenti determini l’altro. Si tratta probabilmente di un intreccio in cui convivono entrambe le motivazioni. Comunque il sentimento antiebraico ha avuto una maggiore e più evidente diffusione proprio in occasione dei momenti più caldi del conflitto medio-orientale.

In generale, l’atteggiamento verso Israele spacca l’opinione pubblica. L’insieme dei nove Paesi vede equamente suddivisi coloro che esprimono una attitudine ostile e chi prova invece simpatia per lo Stato ebraico.

GIUDIZIO NEGATIVO – Ma il giudizio diviene negativo per la maggioranza assoluta della popolazione se viene richiesta un’opinione sulla politica dell’attuale governo (con punte di critica più elevate, ancora una volta, in Italia, Spagna, Austria e Germania). Tuttavia, solo grosso modo un sesto dei cittadini dei 9 Paesi ritiene che «sarebbe meglio che Israele non esistesse» e poco più di un decimo è dell’avviso che «gli ebrei dovrebbero andarsene da Israele». Anche in questo caso, emergono nette differenziazioni in relazione al titolo di studio. Con una discordanza significativa: risulta più ostile all’esistenza stessa di Israele chi ha livelli minori di istruzione (e si colloca più a destra politicamente), mentre è più critico verso la politica del suo governo, pur sottolineando il diritto alla permanenza dello Stato, chi possiede tItoli di studio più elevati e si dichiara di sinistra. Ma, come si è detto, il fattore esplicativo più rilevante statisticamente è, oltre all’atteggiamento di ostilità verso gli ebrei, il grado di conoscenza della storia del conflitto. Proprio chi dà più risposte errate ai «test», proposti a riguardo, si esprime più criticamente nei confronti sia della politica di Israele, sia della sua stessa esistenza. Il che suggerisce nuovamente a quanti vogliono migliorare l’immagine dello Stato ebraico – e contribuire così, sperabilmente, ad attenuare l’intensità degli atteggiamenti antisemiti – di promuovere una più completa informazione e comunicazione sulle reali (e, come spesso accade, più complesse di quanto molti ritengono) dinamiche e circostanze del tragico conflitto in corso in Medio Oriente.

Corriere della Sera 26 gennaio 2004