Lettera ad un ebreo conformista | Kolòt-Voci

Lettera ad un ebreo conformista

Alma Cocco

Nei giorni scorsi ROCCA (n. 24/2003) ha pubblicato un articolo di un suo abituale collaboratore, il sociologo ebreo Giuliano della Pergola, su antiebraismo, antisemitismo e antisionismo, che esprime perfettamente il punto di vista degli intellettuali “ebrei” conformisti. Della Pergola classifica come “interpretazioni storiche reazionarie” le paure di coloro che vedono con preoccupazione il ritorno dell’antisemitismo, non solo sotto forma di antisionismo, ma anche nella forma classica di antigiudaismo. Nel contestare i loro punti di vista, e segnatamente quelli di F. Nierenstein e O. Fallaci, ma anche di G. Rossella, G. Ferrara e A. Panebianco, egli precisa che essi “non entrano nel merito dello scenario attuale, e interpretano la storia di ieri come paradigma per capire quella odierna”.

Quale sarebbe la novità della storia odierna che i vari Ferrara, Nierenstein ecc. trascurano? Secondo della Pergola questi intellettuali “non fanno i conti con la politica oppressiva dello Stato d’Israele contro i palestinesi e non fanno i conti con l’avvenuta assimilazione degli ebrei nel contesto sociale. In più, non fanno i conti con la scelta occidentale dello Stato d’Israele, con le coperture che all’Onu Israele ha sempre ottenuto all’ombra degli Stati Uniti”.

Le tensioni mediorientali, conclude Della Pergola, sarebbero l’effetto dell’asse politico Bush-Sharon, fintanto che essi resteranno al governo; ma anche dello scenario mondiale che vede, da un lato, la folla degli immigrati e marginali musulmani, dall’altro lato, gli ebrei più o meno integrati ma economicamente consolidati e filo-occidentali. In tale contesto, i palestinesi “schiacciati dagli uni e vessillo per gli altri”, si trasformano simbolicamente in un popolo martire”.

Caro Della Pergola, ad esser sinceri questo tuo modo di ragionare si trova a metà strada tra i sofismi di Marx e quelli di Platone. Dov’è la “salda interpretazione analitica” che “ci mette al riparo da stupidaggini ed errori”? dove si trova, nel tuo articolo, la ricerca delle relazioni tra i fatti e l’intuizione innovativa nell’interpretare ciò che accade sotto i nostri occhi? siamo di fronte a una piatta riproposizione delle ovvietà antisemite che tutti i giorni i volenterosi possono leggere sull’Unità, Repubblica, Il Manifesto, e via discorrendo; però, secondo te, solo noi, che condividiamo le opinioni di F. Nierenstein, O. Fallaci, G. Rossella, G. Ferrara e A. Panebianco, e aggiungerei P. Ostellino e molti altri, diamo una interpretazione “reazionaria” della storia dei nostri giorni.

E’ un giornalista e scrittore islamico Joseph Farah* a smentirti col sostenere (cosa che fa, peraltro, da anni) che le vere radici del conflitto arabo-ebraico non sono né ‘una terra per i palestinesi’, né il controllo sui luoghi santi da parte dell’Islam. “Queste due richieste, precisa Farah, non sono niente di più che inganni strategici, imprese di propaganda. Non sono altro che espedienti verbali e razionalizzazioni per il terrorismo e per assassinare gli ebrei. Il vero obiettivo di coloro che fanno queste richieste è la distruzione dello Stato d’Israele”. Ma Farah, al contrario di ciò che pensi, non è affatto in imbarazzo nel riconoscere per vero ciò tutti gli studi storici sostengono, e cioè che “la Palestina è non più reale della Terra-che-non-esiste ( Never-Never Land)” nel suo Intervento tenuto al Christian Coalition Symposium sull’ Islam il 15 febbraio 2003 di Washington, D.C. Perché infatti, secondo gli studiosi della materia, gli arabi di Gaza o di Nazareth non sono distinguibili per cultura, per lingua né per alcun altro criterio dagli arabi di Siria, di Giordania o dell’Iraq. La sola distinzione possibile è tra sedentari e beduini, tra sciiti e sunniti. Ee è ancora Farah a ricordare che “la prima volta il nome venne usato nel 70 A.D. quando i romani attuarono il genocidio contro gli ebrei, distrussero il tempio e dichiararono che la terra d’Israele non avrebbe più avuto un’esistenza. Il nome proviene… dai Filistini, popolo conquistato dagli ebrei secoli prima. Contrariamente a ciò che Arafat vi racconta, i Filistini sono estinti da quell’epoca. Ad Arafat piace sostenere che la sua gente discenda dai Filistini. Realmente, il nome era il modo più semplice per i romani di aggiungere insulto all’ingiuria patita dagli ebrei – non solo essi furono annientati, ma la loro terra fu ridenominata col nome di un popolo che essi avevano conquistato. La Palestina non è mai esistita – né prima né poi – come stato-nazione. Essa venne governata alternativamente da Roma, dall’Islam, dai crociati cristiani, dall’Impero Ottomano e, per breve tempo, dagli inglesi dopo la I Guerra Mondiale. Gli inglesi erano d’accordo per affidare almeno una parte della terra al popolo ebraico come loro propria patria. Chi rifiutò l’idea? Gli arabi. Gli ebrei non avrebbero avuto posto nel Medio Oriente. Nessuno. Zero. Zip. Nada”.

Se la Palestina è un’invenzione storico-politica, ne deriva -come conseguenza logica – che tutta questa faccenda della ‘resistenza palestinese’, dei ‘poveri palestinesi’ e del ‘popolo martire’ è un bluff creato dai convergenti interessi di cattolici, comunisti e islamici reazionari per inchiodare Israele, unica sociatà democratica in Medio-Oriente, in una situazione di stallo con la prospettiva di una sua definitiva fine, o per abbandono da parte degli stessi ebrei, oppure per distruzione dello Stato da parte degli arabi. Sono questi interessi convergenti ad aver fatto di un mafioso trafficante d’armi e di droga, e per di più vile assassino, ladro e ricattatore quale è Arafat un capo ‘politically correct’ ben accettato in Vaticano e nella buona società della sinistra. Cosa c’entra in tutto ciò “la politica oppressiva dello Stato d’Israele contro i palestinesi”? Non è forse oppressiva la politica dei cinesi contro il Tibet? eppure non ricordo nessuno, a parte qualche radicale o ‘liberal’, che se ne occupi.

Caro della Pergola, solo chi interpreta i fatti in un’ottica conformista, nel senso di ‘conforme al modello esegetico stabilito da Marx e dai suoi seguaci’, può continuare a a illudersi -contro la storia e l’evidenza oggettiva – che antisionismo e antisemitismo non siano coincidenti e neppure parenti stretti. Se vi è una qualche differenza tra chi ha praticato lo sterminio ieri e chi oggi sogna di praticarlo, questa consiste nel fatto che Arafat non ha le potenzialità e capacità organizzative e tecnologiche che Hitler possedeva.

Ma vi è un altro aspetto del tuo articolo che mi infastidisce personalmente, ed è lo stile dell’invettiva. Essa fa parte del bagaglio culturale di quegli “intellettuali” che considerano se stessi i soli portatori della verità; si incomincia con l’invettiva (in questo caso, col classificare gli altri come reazionari) e si finisce con i roghi, i gulag e le fosse comuni. Uno stile che i marxisti condividono con buona parte dei cattolici e degli islamici. Ma per considerare se stessi portatori di verità, occorre aver prima concepito che l’altro non ha i nostri stessi diritti. In una parola, lo stile dell’invettiva è la esplicitazione formale di quell’orientamento mentale e politico che possiamo definire ‘totalitario’ e che ha per suoi modelli, non già la civiltà greca e il mondo classico, ma i vari esempi di dispotismo orientale antico e moderno.

Perciò, se proprio vogliamo procedere per classificazioni, sono ben orgogliosa di non far parte di quella folta schiera di intellettuali che portano senza vergogna la bandiera dei loro ‘idola theatri’ lasciando la ragione al suo sonno.

* Joseph Farah’s nationally syndicated column originates at WorldNetDaily, where he serves as editor and chief executive officer. If you would like to see the column in your local newspaper, contact your local editor. Tell your paper the column is available through Creators Syndicate.

http://www.worldnetdaily.com/news/printer-friendly.asp?ARTICLE_ID=31194