Eravamo riuniti per la festa dei nostri ragazzi | Kolòt-Voci

Eravamo riuniti per la festa dei nostri ragazzi

Dino Martirano

«Alla sinagoga di Neve Shalom, celebravamo il Bar Mitzvah. Ci è crollato tutto addosso»

Davanti a Neve Shalom, a due passi dalla torre genovese di Galata, ora c’è una buca nera alta almeno due metri nella quale è sprofondato Nedim Mizraki. Alle 9.30, la Tofas 131 imbottita di esplosivo il ragazzo se l’è trovata davanti agli occhi: Nedim, 19 anni, studente di architettura, è uno degli addetti alla sicurezza della comunità ebraica che ieri mattina sostava sulla porta della sinagoga per controllare chi entrava alla cerimonia di Bar Mitzvah. La fiammata lo ha investito in pieno, sulle gambe. E ora rischia di perderne una anche se i chirurghi dell’Alman Hastanesi hanno lottato per una giornata intera in sala operatoria.

Chi invece non ce l’ha fatta è Elio Olcher, 19 anni: altro ragazzo ebreo della sicurezza che a quell’ora organizzava l’ingresso del tempio di Beth Israel nel quartiere di Sisli. E poi c’è David che si è miracolosamente salvato solo perché la sua squadra non era di turno. Sua madre, Elisa Kalvo, ora è terrorizzata e va dicendo che d’ora in poi tenterà di impedire a suo figlio di «fare la sicurezza» ma sa benissimo che David è giovane e non tradirà mai la memoria del suo amico Elio.

All’ospedale tedesco, vicino alla centralissima piazza di Taksim, le ambulanze hanno scaricato decine di feriti. Quasi tutti hanno il volto martoriato dalle schegge di vetro partite dalla grande finestra della sinagoga Beth Israel. Quando è sera molti di loro vengono dimessi mentre Nedim Mizraki ancora è sotto i ferri: «Tra dieci giorni ci diranno se la gamba si salverà», sussurra lo zio del ragazzo. L’uomo si chiama Selik Levi, parla un discreto italiano e dice di avere apprezzato molto i messaggi di solidarietà che gli sono arrivati da Roma e da Milano. Poi la sua espressione si fa più scura: «Gli individui che hanno compiuto questi attentati non sono uomini. Non vogliono capire che noi viviamo in pace in questo Paese da 550 anni. Non c’entrano i turchi. I terroristi vengono da lontano. E noi li malediciamo per quello che hanno fatto».

Nella hall dell’ospedale tedesco Selim Gozcu azzarda una previsione: «Noi riapriremo subito le nostre sinagoghe, i fratelli musulmani torneranno al loro digiuno (siamo in pieno Ramadan, ndr ) e questi terroristi si ritroveranno al punto di partenza». Squillano i telefonini, il tam-tam della comunità veicola i nomi dei morti e dei feriti: ufficialmente gli ebrei deceduti sono 5 ma nel conto vanno aggiunti i 6 agenti privati ingaggiati per difendere le sinagoghe. Alle loro famiglie va il riconoscimento della comunità ebraica di Istanbul che comunque ieri ha limitato i danni: «Dopo l’attentato dell’86 a Neve Shalom nella sinagoga era stata aperta una porta di sicurezza sul retro che ha permesso un deflusso più o meno ordinato di 300 persone», osserva Selim Gozcu.

A Sisli, invece, l’autobomba ha fatto più danni. E dopo un paio d’ore l’allarme è scattato anche nell’ufficio del console generale Luciano Pezzotti perché nella confusione si è sparsa la voce che tra i morti c’era anche un italiano: soccorso davanti alla sinagoga Beth Israel e poi colpito da un infarto in ospedale. I funzionari del consolato hanno individuato la scheda di Romano Yona, nato nel ’46 in Turchia e sposato dal ’91 con la signora Maria Rosenthal originaria di Livorno: «Il signor Yona aveva due passaporti e anche la nonna della moglie ha vissuto qui in Turchia per molti anni», fanno sapere dal consolato. Quella della famiglia di Romano Yona, infatti, è una scheggia della storia di tanti ebrei sefarditi cacciati molti secoli fa dalla Spagna, transitati per il porto di Livorno e approdati sulle rive del Corno d’oro. La mattinata di terrore che ha scosso Istanbul ora si legge anche negli occhi di tanti ragazzi che erano andati a Neve Shalom per assistere alla cerimonia del passaggio alla maggiore età, Bar Mitzvah, del loro coetaneo Aron Kober. Un altro Nedim, lui ha 20 anni, racconta: «C’è stato tanto fumo, un grande lampadario è caduto, è andata via la luce». Suset, 15 anni, una bandiera americana ricamata sul maglione di cotone, ha ancora le bende sulle guance e sulla fronte: «Ero sotto una porta, sono caduti i calcinacci, mi hanno subito portata in ospedale».

Chi ha visto bene gli effetti devastanti delle due autobombe è il ventottenne Maurice Avimelleh. Lui non era in sinagoga ma ha subito saputo e allora è corso in direzione della Torre di Galata: «Quando sono arrivato ho visto la grande buca. Lì intorno c’erano tanti feriti che si lamentavano: ho cercato di capire se conoscevo qualcuno…». Poi è scattato un mezzo presentimento: Maurice si è precipitato dall’altra parte della città, davanti alla sinagoga di Beth Israel, è lì ha appreso la più terribile delle notizie: il nome Besti, una sua amica, una dolcissima ragazza che aspettava un bambino, è nella lista dei morti identificati. E sempre a Sisli è morto anche un bambino ebreo di 8 anni ed è rimasto ferito Joseph Maleva, il figlio del capo della comunità ebraica di Istanbul.

Il giovane Maurice Avimelleh pensa soprattutto ai suoi amici turchi: «Molti di loro sono musulmani, mi hanno chiamato e hanno offerto di dare una mano. E questa è una bellissima testimonianza». Nella città del Bosforo, dove le sontuose moschee di Topkapi convivono da secoli con almeno dieci sinagoghe, nessuno ha voglia di rinunciare al confronto e al dialogo tra religioni diverse. Ma ora lo spettro dei kamikaze e del terrorismo è dietro l’angolo: l’ambasciatore israeliano Pinha Rivivi e il console Amira Arnan hanno subito offerto al governo di Ankara la massima collaborazione dell’intelligence più efficiente del mondo che ha storicamente un ottimo rapporto con i potenti servizi segreti turchi. Andranno letti al microscopio anche i segnali che si erano succeduti negli ultimi mesi: continue telefonate anonime alle sinagoghe che segnalavano bombe (inesistenti) e poi gli omicidi di due professionisti, un dentista e il responsabile di una ditta di catering uccisi in casa loro senza che i «ladri» portassero via niente.

Ma ad essere preoccupati ora sono tutti gli abitanti di Istanbul: ieri mattina sono morte una dozzina di persone che si trovavano a passare davanti alle sinagoghe. E’ morto anche il commerciante di lampadari che è uscito dal suo negozio per chiedere al terrorista alla guida della Tofas 131 di spostare l’auto: sono saltati in aria tutti e due. Altri invece non sono ancora stati identificati: «Hanno portato via i brandelli dei corpi nei sacchi di plastica», ha ripetuto fin dal mattino la Cnn turca. E qui, sulle rive del Bosforo, si ha l’impressione che il terrore stia bussando alle porte dell’Europa. Se ne sono accorti gli italiani imbarcati sul volo Roma-Istanbul che hanno appreso la notizia degli attentati solo dopo essere atterrati: «Dopo eventi così terribili speriamo che non succeda nulla», ha azzardato il dottor Maffucci impegnato per alcuni giorni con un congresso di andrologia. I due attentati di ieri hanno colto di sorpresa anche i tour operator di TurbanItalia che sono qui per organizzare la prossima stagione turistica.

(ha collaborato Mara Vigevani)

© Corriere della Sera

La madre dei cretini…

C’è infine chi pone un problema di fondo, come il regista Moni Ovadia, studioso del mondo ebraico: «Chi mette una bomba in una sinagoga è un mascalzone, un delinquente, lo sappiamo e lo ripeteremo fino alla nausea. Ma dirlo non basta. Le frange di una sottocultura che si sente soffocare da una forza egemonizzante finiscono col reagire utilizzando i mezzi che conoscono, per esempio il suicidio dei kamikaze. Io credo che a questo punto non resti, all’Occidente, che abbandonare la strada della supremazia accettando invece l’alterità senza più sognare di imporre i propri modelli».

Traduzione dal moniovadiese in italiano: “Se ci sono i kamikaze la colpa è degli Usa e Israele”.

http://www.corriere.it:80/edicola/index.jsp?path=ESTERI&doc=GERU