Milano, gli ebrei contestano Asor Rosa | Kolòt-Voci

Milano, gli ebrei contestano Asor Rosa

Tensioni e accuse di antisemitismo per il libro «La Guerra»

Enrico Caiano – Corriere della Sera

«Tolga i riferimenti alla razza e al deicidio». La replica: rifletterò, ma no alle abiure. Cofferati: il pacifismo può fermare la guerra in Iraq

Milano – La bandiera di Israele sventolata in prima fila e poi sul palco tra le grida. Una kefiah che vola al collo di un palestinese mentre arringa il pubblico e fa insorgere i rappresentanti della Comunità ebraica: «Se c’è un antisemita è lo Stato di Israele». Teatro Franco Parenti: scene conclusive del dibattito sul libro di Alberto Asor Rosa La Guerra , edizioni Einaudi. A discuterne pacatamente per quasi un’ora e mezza l’autore, intellettuale di sinistra, l’ex leader della Cgil Sergio Cofferati e il direttore editoriale della Rcs Paolo Mieli.

Ma è stata un’ora e mezzo di tensione altissima, la sala sprofondata nel silenzio tipico di quando ogni parola è soppesata, quasi «processata» nella mente. Perchè nell’aria, contro l’autore del libro gravava un’accusa di quelle pesantissime: «antisemitismo». Alla fine la tensione è esplosa, ebrei e Asor Rosa si sono lasciati non ancora in pace, pur tentando di rassicurarsi a vicenda sul valore del dialogo. La polemica è scoppiata da qualche giorno, rilanciata da alcuni quotidiani. Ieri la presenza di Cofferati, ormai leader indiscusso della sinistra massimalista di cui fa parte anche Asor Rosa, poteva arricchirla di nuove sfumature. E l’accusa di «antisemitismo» riverberarsi anche sul cosiddetto «uomo nuovo» dell’Ulivo. Il Cinese ha fiutato la possibile trappola e ha evitato ogni accenno al tema, preferendo riflettere sull’assurdità della «guerra preventiva». A dire il vero nessuno ha neppure tentato di provocarlo, i volantini che la Comunità ebraica milanese distribuiva all’ingresso sotto lo sguardo entusiasta del giovane portavoce Yasha Reibman erano durissimi ma dedicati al solo Asor Rosa. Reo di avere, a 60 anni di distanza «dagli scienziati nazisti e quelli fascisti delle leggi razziali», usato la parola «razza» per definire nel suo scritto gli ebrei. Diventati, come spiega a pagina 191 del testo, da «razza deprivata, perseguitata e decisamente “diversa”» una «razza guerriera, persecutrice». L’altra colpa? Aver rispolverato «l’accusa di deicidio, una delle cause di duemila anni di persecuzione contro gli ebrei».

Alla fine, la richiesta di Reibman dal palco è esplicita: nella seconda edizione del suo libro Asor Rosa tolga i riferimenti alla razza e al deicidio e acquisti una pagina pubblicitaria su un grande quotidiano per fugare da sè ogni dubbio di antisemitismo. Non basta che l’autore confessi di vivere in «una condizione di turbamento» da quando la polemica è scoppiata o dica che «antisemita è la peggiore ingiuria che mi si possa fare». La Comunità ebraica vuole di più, Reibman definisce i suoi «scivoloni». E il professore non ci sta: «Posso promettere di riflettere seriamente sulle obiezioni avanzate ma le abiure non potete chiedermele». E ancora: «Mi si conceda il beneficio della buona fede».

Nel dibattito Mieli, che ha sottolineato subito le proprie origini ebraiche, ha difeso il «denso» libro di Asor Rosa, pur rimproverandogli di «averlo portato in un talk show». «Non è un testo antisemita e non è un pamphlet – ha spiegato l’ex direttore del Corriere della Sera alla platea -: ci sono brani corposamente dalla parte degli ebrei». Non per questo ne ha condiviso le tesi di fondo, che dipingono un mondo in cui l’Impero, gli Usa, è depositario di un potere assoluto e «sistematizza l’uso della guerra», che è «diventata una delle forme della politica e non più la continuazione della politica con altri mezzi», non «serve solo a risistemare gli assetti globali del mondo globalizzato» ma anche «a governare all’interno dell’Occidente», a «tenere sotto controllo l’Onu e la Ue». Mieli confessa i tanti dubbi sul possibile prossimo conflitto in Iraq ma non esita a dire che il suo «cuore batte dalla parte dell’Impero» e che le ultime guerre non nascevano «per sordidi interessi petroliferi ma per ragioni giuste».

Cofferati ha ribadito con l’autore la sua contrarietà ad ogni guerra e il forte timore per le politiche Usa. Ma anche lui ha qualcosa da rimproverargli: «la visione pessimistica e cupa che non è la mia». Il Cinese crede nei movimenti per salvare l’Ulivo e crede che il pacifismo dei movimenti, in Europa e negli Usa, possa allontanare la guerra anti-Saddam: «Qualcosa si sta muovendo, può non essere sufficiente ma sarebbe sbagliato non cercare di farla diventare massa critica per fermare questa follia».


Il Giorno padano

Asor Rosa contestato

«Settecentotrenta civili inermi, donne, vecchi, bambini, «oppressori di razza ebraica» assassinati dagli «oppressi» terroristi palestinesi». Si apre con questa scritta su un manifesto di foto di giovani israeliani uccisi in attentati kamikaze durante la seconda Intifada il dibattito sul libro di Alberto Asor Rosa, «La guerra» (Einaudi) svoltosi ieri al Franco Parenti. Un clima acceso sin dalle premesse – con Paolo Mieli e Sergio Cofferati a far da moderatori – che l’intervento di un esponente di spicco dell’Associazione «Amici di Israele», Eyal Mizrahi, non ha contribuito a rendere più sereno. Tafferugli almeno verbali dopo che sabato scorso Gad Lerner, nel corso della trasmissione «L’Infedele», aveva preteso individuare affermazioni inquietanti sullo Stato di Israele nel libro di Asor Rosa. Chiediamo a Mizrahi il perchè di un gesto così eclatante: «Dibattiti come questo non ci offendono, anzi. Ma dobbiamo sfatare voci su Isralele che girano sempre di più e che nessuno si preoccupa di conoscere. In particolare, oggi gli intellettuali hanno la tendenza ad esprimere opinioni, dicendo frasi fatte, per motivi di pura popolarità. Nessuno può giudicare Israele con schemi mentali preconfezionati. C’è la moda di essere pro-palestinesi. Se io vado in piazza con una bandiera con la stella di David ho bisogno della polizia che mi protegga. Siamo qui per dire a chiare lettere che gli Ebrei non sono nazisti, che Israele si sta difendendo». E chiamato a recitare una apologia di se stesso, piuttosto che un mea culpa che forse qualcuno si aspettava, è stato Asor Rosa: «Sarei insincero se non esordissi confessando una condizione di turbamento». Nonostante il sostegno di Paolo Mieli, amico di lunga data, che ha criticato l’intervento in tv del Professore perchè « un libro così denso e di questa complessità ha corso il rischio di passare per un pamplhlet antisemita», l’atmosfera in sala era tutta concentrata sulla questione Israelo-palestinese. E in secondo piano è passato l’intervento di Asor Rosa, che ha spiegato il concetto cardine del suo libro, maturato in dieci anni di riflessioni sul post comunismo: «La guerra è diventata uno strumento politico e serve per governare all’interno dell’Occidente. Un elemento dialettico nella democrazia occidentale». Un discorso, quello di Asor Rosa, che ha toccato l’incombente conflitto in Iraq, andando a incontrare le posizioni di Sergio Cofferati, che ha ribadito di essere a favore delle «profezie degli intellettuali», ma a patto che contribuiscano ad arricchire la buona politica. Insulti a Cofferati e applausi a Mieli, al ricordo dell’attentato alla pizzeria Sbarro di Gerusalemme, hanno eccitato gli animi. Ferma, poi, la presa di posizione di una delegazione della libreria Tikkun: «Fin d’ora mettiamo a disposizione i nostri spazi per riflettere sull’antisemitismo italiano».

di Elisabetta Corrà

Liberazione

«Libro antisemita»,

Asor Rosa contestato

Presentazione con polemica per il libro “La guerra” di Alberto Asor Rosa. La Comunità ebraica milanese prima dell’inizio del dibattito al Teatro Parenti ha distribuito un volantino per chiedergli di riscrivere il libro o dichiararsi apertamente antisemita. Replica dell’autore: «Posso promettere di riflettere seriamente sulle obiezioni avanzate ma le abiure non potete chiedermele. Antisemita è la peggiore ingiuria che mi si possa fare». A “difendere” il professore nell’acceso dibattito in sala, Sergio Cofferati e, con qualche “distinguo”, l’ex direttore del “Corriere della Sera” Paolo Mieli